You are currently browsing the tag archive for the ‘scrittore’ tag.

Leggimi le parole che non conosco. Sono un pensiero che dorme nella tua testa per sempre, ogni ora, ogni giorno. Dimmi le cose che non riesco a sentire. L’assenza che fugge ovunque. Le strade piene di luci che scappano. Hai da assaggiare ancora tutti i miei pensieri migliori. Mi stringi le mani ancora un po’. Stringimi le mani ancora un po’. Ancora. E se le note delle canzoni affondano, il colore della tua pelle scivola dai miei occhi sulle mie labbra e ne sento il sapore. Il retrogusto di futuro che mi lascia ogni tuo sguardo. Sarebbe stato bello costruire un cielo intero di lego. Sarebbe stato bello. E ti stringo la pancia mentre salti di gioia. Ridi. E ti stringo la pancia. Fammi sentire l’odore della tua pelle. Ho delle parole che non riesco a far crescere. Stringimi le mani ancora un po’. Stringimi le mani ancora. Ho solo delle dita e una voce scordata. Una chitarra ammaccata e un plettro rotto. Leggimi le parole che non conosco. Sento tutte le tue voci. I film che si sentono male dalle casse dei computer abbastanza vecchi. Le persone che muoiono esplodono come atomiche disintegrando ogni pensiero. Cresceremo forti e bruttissimi, con i nostri occhi guastati, con le mani rovinate dal freddo e dai mille lavori manuali che facciamo per guadagnare 7 euro l’ora. Con le braccia stanche ti prenderò in braccio e cammineremo per tutto il deserto, sino al prossimo fiume. Fino al prossimo sogno non ti lascio scendere. Ma tu intanto stringimi le mani ancora un po’. Stringimi ancora un po’. Ancora.

 

Luca Romano

Annunci
L'uomo che verrà (G. Diritti)

L'uomo che verrà (G. Diritti)

Non ho mai parlato, su questo blog, di film, questa è la prima volta. C’è qualcosa di poetico nel dialetto. C’è un attaccamento a qualcosa di antico, il dialetto è come una radice dalla quale ti separi imparando a leggere e scrivere una nuova lingua. Sono belli i dialetti, quando non sono violenti. L’uomo che verrà è un film, interamente in dialetto, con i sottotitoli in italiano, perché per un film è necessario farsi capire. È un film con un ritmo diverso, parla dell’eccidio di Marzabotto, conosciuto anche come “strage di Montesole”. Fu una rappresaglia contro la popolazione locale, a causa della resistenza, dei partigiani. Ma i partigiani lì non erano solo coloro che nei boschi difendevano il territorio, i partigiani erano le donne che cercavano di dar da mangiare ai figli, gli stessi bambini che crescevano tra i nazisti e la violenza del fascismo, il freddo e la povertà. Partigiana, tra quelle montagne, in questo film, è la stessa esistenza delle persone. Non conosco il cinema, se non da spettatore, non conosco le tecniche né come si realizza un film o distribuisce, ma mi piacciono le storie e questo film è una storia, fatta di persone vere in una lingua, in un dialetto.

Recentemente ho letto un altro libro, lu campo di girasoli, di Andrej longo. È tutto in una lingua sognata a cavallo tra l’onirico e il leccese. È un altro dialetto, porta con sé un’altra storia e altre forme di povertà. Perché i dialetti sono poveri, non esistono dialetti ricchi. Ed è un libro pieno di poesia, nonostante la storia sia semplice e il libro breve (circa 150 pagine) la poesia trabocca.

Ecco, questo libro mi ha ricordato questo film e ve ne parlo, perché il dialetto non è una rivoluzione, è una tradizione. E non penso sia giusto conservarlo o insegnarlo, non so cosa è giusto, ma so che adottarlo, ogni tanto, è una grandissima forma di resistenza.

 

Luca Romano

Eravamo nel silenzio. Hai sfiorato i miei capelli. Ho sfiorato i tuoi pensieri. Sei salito in piedi sul divano, ti ho guardato lontano. Sono rimasto in silenzio. Ti sei seduto sul divano. Sono rimasto in silenzio. Colavo lontano come fossi nato altrove e non fossi mai cresciuto. Mi hai preso la mano. Ti ho guardato distratto. Mi hai guardato distratto. Le serrande rotte lasciano passare la luce delle finestre all’esterno e il freddo della notte. C’è una tazzina di caffè ancora calda sul tavolo, si vede un po’ di fumo che si disperde nella stanza, come i nostri umori, come le nostre sensazioni. L’inverno è dentro e fuori, è nel calore di quella tazzina, nel tavolo coperto da una tovaglia, sul divano rotto sul quale ci sediamo, sulle mie unghie mangiate. L’inverno è nella tapparella rotta che si è fermata per sempre a metà, quasi avesse racchiuso la sua infinità in quella scelta. Non essere né chiusa, né aperta. E nonostante tutto i nostri sguardi evaporano lontano, sdegnando il riposo. Prendo il caffè e lo bevo. Lo sorseggio piano, nel cuore della notte, aspettando che l’inverno entri poco per volta attraverso metà finestra aperta. Tu sei seduto al mio fianco e sospiri impaziente. Ci riscalderemo in qualche mondo, ancora un po’. Abbastanza per non morire di freddo, mai troppo per congelare un po’.

 

Luca Romano

Questo testo è liberamente condivisibile.

Luigi Pirandello

Luigi Pirandello

Pirandello a volte, e non solo a volte, sembra sparire dalla scena culturale italiana. (c’è una scena culturale in italia?) e invece alcune sue parole sono così perfette, così precise che sarebbero adatte per descrivere, ancora oggi, alcuni attimi, seppur piccoli, di esistenza. Sarebbe bello iniziare con queste parole, un racconto sulle persone. Non i politici, non i primi della classe, no. Quelli non hanno bisogno di racconti di grandi scrittori per esser compresi; una persona normale, che magari avverte il suo esser “di troppo” in questo paese. Fortuna d’esser cavallo inizia così:

 

La stalla è lì, dietro la porta chiusa, subito dopo l’entrata nel cortile rustico in pendìo, dall’acciottolato logoro e la cisterna in mezzo.

La porta è imporrita; verde un tempo, ora ha quasi perduto il colore; come la casa, quello gialligno dell’intonaco, per cui appare la più vecchia e misera del sobborgo.

Questa mattina all’alba la porta è stata chiusa da fuori col grosso catenaccio arrugginito; e il cavallo che era nella stalla è stato messo fuori e lasciato lì davanti, chi sa perché, senza né briglia né sella né bisaccia; senza nemmeno la capezza.

Vi sta paziente, quasi immobile, da parecchie ore. Sente attraverso la porta chiusa l’odore della sua stalla lì prossima, l’odore del cortile; e pare che di tanto in tanto, aspirandolo con le froge dilatate, sospiri.

Risponde curiosamente a ogni sospiro un fremito nervoso del cuojo sulla schiena, dov’è il segno d’un vecchio guidalesco.

Così libero d’ogni guarnimento, la testa e tutto il corpo, si può vedere come gli anni l’han ridotto: la testa, quando la rialza, ha ancora un che di nobile ma triste; il corpo è una pietà: il dosso, tutto nodi: sporgenti le costole; i fianchi, aguzzi; spessa però ancora la criniera e lunga la coda, appena un po’ spelata.

Un cavallo che non può servire più a nulla, per dir la verità.

Che cosa aspetta lì davanti alla porta?

 

È una connotazione, è solo l’inizio di un racconto? Ma un racconto non è mai solo un racconto, tranne per chi lo legge per passare il tempo. C’è qualcosa in più in queste poche parole. C’è la libertà di un cavallo (è solo un cavallo) che dopo anni di “solita vita” si ritrova all’esterno della sua stalla e Pirandello usa proprio la parola libero. L’animale è libero davanti alla sua vecchia vita, e qual è la sua risposta a questa libertà?

 

Certo, a vederlo ora davanti la porta chiusa d’una casa vuota e deserta, povera bestia, fa una gran pena. Quasi quasi verrebbe voglia di andargli a dire in un orecchio che non stia più lì ad aspettare inutilmente.

 

Lui è lì che aspetta. La libertà dell’animale è un imbarazzante nulla davanti a tutte le scelte possibili. Pirandello usa solo poche parole per farcelo capire. È questo la libertà, un nulla, un “aspettare inutilmente”.

C’è sempre la necessità d’esser qualcosa di qualcuno. D’esser una utilità.

 

Gli avesse almeno lasciato una corda al collo per portarlo via in qualche modo; ma niente. Si vede che i guarnimenti, quelli sì, ha trovato da venderli: servono.

 

Qualche parola ancora e lo scrittore torna a parlarci della libertà del cavallo:

 

Non può proprio pensare d’esser libero.

Ma già, un cavallo, anche quando l’abbia davvero, la libertà, gli è forse dato di farsene un’idea? L’ha, e ne gode senza pensarci. Quando gliela levano, dapprima per istinto si ribella; poi, addomesticato, si rassegna e adatta.

Forse quello, nato in qualche stalla, libero non è stato mai. Sì, da giovane in campagna probabilmente, lasciato a pascolare sui prati. Ma libertà per modo di dire: prati chiusi da staccionate. Se pure c’è stato, che ricordo può più averne?

Sta lì a terra finché la fame non lo spinge a rimettersi con maggiore stento in piedi; e poiché da quella porta, dopo una così lunga attesa, non spera più ajuto, volta la testa a guardar di lato, lungo la strada del sobborgo. Nitrisce. Raspa con uno zoccolo. Più di questo non sa fare. Ma dev’esser convinto che è inutile, perché poco dopo sbruffa e scuote il capo; poi, incerto, muove qualche passo.

 

Cos’è la libertà, dunque, per Pirandello? Di cosa ci sta parlando? È un restare immobile davanti a tutta la propria vita passata senza saper che fare? O è semplicemente incomprensibile per chi ha vissuto da non-libero?

Come possiamo noi, umani, pensare d’esser liberi, se siamo stati schiavi almeno una volta nella nostra vita? Forse anche noi rimarremmo lì, credendo d’esser stati liberi per aver pascolato da giovani in campagna sui prati chiusi da staccionate?

Però il cavallo ha una fortuna, la sua libertà, la sua disgrazia d’esser libero è attenuata in questo modo:

 

Spira, in quel tratto di strada, un po’ di vento. E il cavallo alza la testa, come a berlo, e socchiude gli occhi, forse perché vi sente l’odore dell’erba lontana, dei campi.

Resta lì fermo a lungo, a lungo, così con gli occhi socchiusi e il ciuffo che, ai soffi di quel vento, gli si muove lieve sulla fronte dura.

Ma non commoviamoci. Non dimentichiamo la fortuna che ha quel cavallo, come ogni altro: la fortuna d’esser cavallo.

 

È una fortuna, da contrapporre alla libertà. Ci verrebbe quasi da chiederci, cos’è l’opposto della libertà a questo punto? È così che si conclude il racconto:

Perché tra le tante disgrazie che gli possono occorrere, capitando sotto gli uomini, un cavallo ha almeno sempre questa fortuna: che non pensa a nulla. Nemmeno d’esser libero. Né dove o come andrà a finire. Nulla. Lo cacceranno da per tutto? Lo butteranno a sfragellarsi in un burrone?

Ora, per il momento, mangia l’erba della proda. La sera è mite. Il cielo è stellato. Domani sarà quel che sarà.

Non ci pensa.

 

È questa la fortuna. Una fortuna semplice e per molti auspicabile: non pensarci. È un auspicio per l’uomo? Questo ci sta dicendo Pirandello? No, secondo me non ci sta dicendo questo. Ci sta raccontando qual è la condanna dell’uomo: la libertà. Sartre riprenderà il tema diversi anni dopo parlandocene forse meglio di chiunque altro (rimanendo sempre in questa scia). La libertà è una condanna. L’istinto ogni tanto ci salva, ci alleggerisce e non ci fa pensare. Ma l’uomo, animale pensante per eccellenza, essendo libero, è condannato a dover scegliere, non potendo scegliere tra tutto, sarà condannato ad aver rimpianti. Ma talvolta le scelte sono anche qualcosa in più di un aver rimpianti per ciò che non è stato. A volte le scelte sono la gioia di ciò che è stato. A volte.

 

Luca Romano

yves klein

yves klein

E poi giunse l’estate. Tutti, cercando un po’ di tempo per disperdersi nel mondo, forse una settimana, forse due, decidono di scappare verso il mare più vicino o il più lontano, per guardare l’azzurro, magari nudi, o coperti un po’, perché il pudore ce lo portiamo dalla casa in cui siamo cresciuti. E guardiamo, alla fine, un colore. Solo un colore. Eppure questo colore qualcosa deve volerci dire, deve significare qualcosa. È un blu, talvolta chiaro come il cielo, talvolta scuro come il mare. Ma è sempre un blu, come se noi ad un certo punto decidessimo che l’estate stessa dev’esser fatta di quel colore. E lo vorremmo fissare alla nostra anima (ammesso che ce ne sia una) e vorremmo che fosse nostro. Come se improvvisamente quel solo colore potesse rappresentare la più perfetta rappresentazione dell’esistente. Forse prima di noi qualcuno ha cercato, magari lontano dall’estate del turismo e delle vacanze, un blu perfetto. L’ha cercato intensamente, tra i cristalli d’acqua degli oceani, tra le tonalità dei pastelli e dentro l’anima delle persone. Yves Klein ha cercato un’espressione de l’ha inventata. È una tonalità di blu oltremare. L’ha inventata e l’ha impressa su una tela, sotto forma di anima. Ecco forse cos’è l’estate lontana dalle spiagge e dai paesini da visitare la sera dopo un aperitivo. È il segno disomogeneo di alcune modelle su una tela bianca. Forse è questa l’estate di chi ha guardato l’anima delle persone e ci ha trovato qualcosa. Qualcosa di insignificante, come la traccia che questi corpi, immersi nel blu, possono lasciare sul bianco. O una traccia maestosa, come l’unica cosa che essi sono stati nella realtà: un corpo.

Io, a volte penso che sia questa l’estate. La maestosità di una traccia, blu oltremare, su una tela bianca.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: