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sangue amaroPassarsi e ripassarsi tra le mani un libricino, non sono nemmeno 150 pagine, nel formato dell’Einaudi dedicato alla poesia. Sulla copertina ci sono dei versi, ma non sono quelli che me l’hanno fatto scegliere, l’ho scelto perché lessi Nel condominio di carne. Così mi arriva a casa Il sangue amaro.
È l’ultima raccolta di poesie di Magrelli, contemporanee, immerse nell’oggi sin dai primi versi, sono quasi completamente poesie sull’oggi, quell’oggi che Magrelli ci comunica spersonalizzante. Ma ancora non basta, fosse solo questo, non sarebbe abbastanza. C’è qualcosa che lega l’oggi a tutti i passati poetici che vengono in mente leggendo. C’è qualcosa che in Magrelli è ormai necessario: il corpo.

Il volumetto inizia così:

Si rifanno le tette per Natale,
affollano la scena telegenica
di un unico Presepe Pansessuale
si schiude loro la promessa edenica

poi continua, continua parlando di corpi, di canoni, di altri natali, di ogni cosa, parla di quello che siamo, ma non tutti insieme; parla di quello che è ognuno di noi, sperso in un insieme di corpi che se ce la faranno un giorno, in un Presepe Pansessuale troveranno l’eden.

Potrebbe già bastare così, potrebbe essere anche solo l’inizio, ma potrebbe già bastare così. Vado avanti, leggo, divoro.

Di tutta la lettura, sussulti, pause, rigurgiti, tutto è concesso, ma di tutto, alla fine, mi rimane più d’ogni altra cosa un’immagine. Così finito, riapro e torno lì, su una cicatrice, che adesso è anche mia. Pochissimi versi che mi hanno lasciato abbandonato.

 

Fine come un capello,
si vede solamente controluce,
a malapena, ma si vede (si vede?),
la cicatrice che una sua compagna
tracciò sopra la guancia di mia figlia.

La seguo di continuo col mio sguardo,
la cerco, nella speranza di non trovarla,
la trovo, col rimpianto d’averla cercata,
ma è più forte di me, è la stessa forza
insopprimibile della gelosia, forza dell’organismo

che nutre il suo male: conoscere. Che sarà mai!, mi dico,
e intanto frugo avidamente per rintracciarne
la curva, segno e solco irreversibile.
Perché la guardo? Solo per ripetermi che il Tempo
lì è trascorso, affidando il saluto ad un’unghiata.

 

Servono pochissime parole, a volte, per parlare di qualcosa, e quelle poche parole, a volte, rendono qualcosa, di cui non ci ricordavamo nemmeno l’esistenza, fondamentale.

 

Luca Romano | @lucaromano_

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Un uccellino di carta accarezzato dal vento. È una rincorsa estenuante dell’immagine, quasi volessi chiedere a tutto quello che esiste di fermarsi, mostrarsi fermati sole, fermati luce. Non c’è fenomeno che appaia, non c’è pausa. C’è solo un grande caos gigante che si insegue da sé. Fermati ancora un po’. Lei balla, balla, canta, canta, la voce si riposa quando esce e si disperde nel mondo, la tua voce dona tutta l’armonia che vogliamo trovare nella natura. Una natura sbilanciata, per niente armonica, in continuo cambiamento. Come può il tuo corpo, mentre balli con un vestito bianco, nuda, con un vestito bianco, come può il tuo corpo, come può tutta questa bellezza esser colpevole di qualcosa? Che espiazione cerchi, ombra bianca danzante? L’immagine cede se stessa al suono che appare. Come posso giudicarti voce danzante?

Un uccellino di carta accarezzato dal vento. Il suono del sangue che esce e ritorna polvere, esce e ritorna sperma, cresce e ritorna uomo, piange e si fa bambino, cresce e si fa danza. Un suono sbilanciato, per niente armonico in continuo cambiamento. Tagliati, ombra bianca, tagliati e dissolvi la tua essenza come se una luce nera illuminasse il tuo corpo. Il tuo corpo è altrove, è nel sangue del tuo sangue che era sperma e adesso è Dio. Muoviti musa e balla, bianca ombra danzante fatta di santo sperma e luce. Eccitami di follia e dolore. Di dolore bianco. Del dolore dell’orgasmo che piange dentro di te e si fa luce. Balla, voce danzante.

 

Luca | @lucaromano_

* Recensione autobiografica del film Kotoko [Tsukamoto, 2011] proiettato durante la rassegna cinematografica ‘Registi fuori dagli schermi II’ organizzata dalla rivista di critica UZAK

de Sade, Justine, Bur, 9.30€

de Sade, Justine, Bur, 9.30€

Justine è un testo complesso. Sade non è, per motivi a me incomprensibili, considerato un grandissimo della letteratura, però questo testo ci lascia qualcosa di unico. È unico per lo stile narrativo particolare, scorrevole e piacevole seppur ricercato, è unico per il tema trattato: il sesso e le sue perversioni. Però ai miei occhi è unico per un motivo particolare: descrive come pochi libri hanno saputo fare il rapporto tra sesso e potere. Tra sesso e società. Al di là di quello che il sesso è realmente (un atto che coinvolge due o più persone) Sade ci mostra come il sesso sia imposto socialmente e uscire dalle traiettorie in un modo o nell’altro genera sensi di colpa che inducono l’uomo a ritornare nei “binari imposti”. Sade ci mostra un mondo distorto in cui vi è solo libertinaggio e dove gli uomini desiderano tornare allo stato di animali allontanandosi, però, con macchinazioni complesse e strani giochi sull’orlo della perversione. Lo scrittore francese ci mostra come la virtù non paga in questo mondo e come essere virtuosi sia la più grande fatica che l’uomo possa scegliere. Tuttavia la sensazione alla fine della lettura è di aver lasciato qualcosa alle spalle e di essersi liberati dalla colpa della diversità che ognuno di noi prova nei suoi pensieri sul sesso. La sensazione è di poter essere un po’ più liberi sessualmente. Forse tutte le giustificazioni logiche che Sade porta alle singole perversioni convincono un po’ più della speranza di Justine di esser ricompensata da Dio dopo la morte. Forse il sesso, sulla terra, è realmente l’unico mezzo che abbiamo per essere liberi ed essere noi stessi. Forse Sade ci mostra quello che non tutti hanno il coraggio di guardare: l’uomo è imprigionato sopratutto a causa del modo di vivere la sessualità. Forse è un libro talmente complesso che questa recensione non può spiegarlo o raccontarlo in maniera esaustiva, ed è per questo che molte più persone dovrebbero leggerlo.

 

Luca Romano

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