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Hei! Signor! Dilettanti di sacrileghi, di delitti, di massacri, avete visto mai ciò che è più terribile: il mio viso quando io sono assolutamente tranquillo? E sento che l’io per me è poco. Qualcuno da me si sprigiona ostinato. Io, io. Come potrò io contenere me stesso. Di lacrime aguzze sarà sprigionato qualcuno che liquido è fatto di riflessi di luce, di deformazioni, rifratto in un anfratto sparirò. Io che ho questo corpo, un incendio che brucia i miei organi, sentite l’odore di fumo che si sprigiona dalle mie lacrime? Ucciderò questo corpo e non mi vedrai più. Distrutti gli organi infiammati li getterò come molotov sulle vetrine del centri commerciali, sulle tue buone sorti di estati ineccepibili, bellissime e soleggiate, mi rifugerò in autunni infiniti di foglie cadute dagli alberi pronte a sfondare il terreno, salire all’inferno e scendere in paradisi infiammati. Foglie d’alberi che bruceranno, di alberi sui cui fogli scriverò i miei versi per dirti di uccidere.

Uccidere ancora,

ogni minima cosa,

uccidere uomi ni,

idee, religioni,

razze, case, regioni,

uccidere i sogni

strappare le pagine dai libri e vendere la vita, vendere l’anima, vendere ogni passione futura in cambio di una lacrima che possa farti piegare dal dolore, che possa farti soffrire il più possibile. Cosa rimane di questi corpi doloranti, cosa rimane se non quello in cui ho creduto, se non quello in cui non ho mai creduto, se non quello che non sono. Rimane solo quello che non sono nei tuoi occhi infiammati di solitudine, di luci artificiali, delle luci dei cellulari, di musiche popolari, di stati d’agitazione, stati d’agitazione, stati d’agitazione. Eppure sono vivo. Eppure sono vivo, io che morto lagno felicità, sorrisi e risa e sorrisi e risa e sorrisi e risa. Lasciami in pace, lasciami per sempre. Sparisci per sempre, il tuo ricordo sarà più presente che mai, come un dolore, come un addio. Come se fossi qui, non potresti esser più lontana, persa dentro la tua gioia egoistica d’esser qui, se fossi qui piangeresti per il dolore d’esser qui, se fossi qui, se riuscissi ad esser qui i tuoi organi brucerebbero ancora, brucerebbero del fumo della mia disperazione, urlo urlo fumo, nei nervi nelle vene, scorre fumo di carne umana arsa e mista d’asma e spasmi. M’assale. M’assale. M’assale. Sparisci. Sparisci.

 

Luca | @lucaromano_

[I grassetti sono citazioni, la prima da La nuvola in calzoni di Majakovskij, la seconda dai CCCP – stati di agitazione]

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Ecco cosa diranno di me, il rivoluzionario è morto per amore. “A voi tutte che siete piaciute o piacete, che conservate icone nell’antro dell’anima, come coppa di vino in un brindisi, levo il cranio ricolmo di canti”. Qui in questa stanza. Come potrò mai, io, affrontare ancora la vita urlando, ogni giorno, per la gioia o per una tristezza grande quanto il mare immenso. Come potrei, io, accettare tutto questo. Amata, dove sei?

Sempre più spesso mi chiedo se non sia meglio mettere il punto d’un proiettile alla mia sorte. Oggi darò, in ogni caso, un concerto d’addio”.

Suoneranno ancora alte le campane che richiamano alla rivoluzione. Soldati. Cittadini. Uomini. Cammineremo insieme. Il canto del vento ci spingerà sino alla luna. Compagni.

Ma ora, io, sono qui. In questa stanza solo. Questi vestiti. Queste armi con le quali non sono riuscito ancora a sconfiggere nessun nemico. Le mie parole. La mia poesia. La mia memoria. Cosa sono stato. Poeta forse? Quali parole avrei mai io potuto trovare per il mio amore. E la memoria, ah la mia memoria.

Memoria! Raduna nella sala del cervello le schiere inesauribili delle amate. Da un occhio all’altro effondi il sorriso. D’antiche nozze travesti la notte. Di corpo in corpo effondete la gioia. Che nessuno si dimentichi una simile notte. Oggi io suonerò il flauto sulla mia colonna vertebrale”.

Ritornerò. Ritornerò camminando sulla punta dei piedi per non sentire il rumore dei miei passi. Tu, amata, mi guarderai a capirai il peso delle parole. Saremo, io e te, la rivoluzione. “migliaia di strade i miei passi calpestano. Dove andrò a nascondere il mio inferno?” Le strade strette nelle quali mi perderò. “Sono anguste le strade per una tempesta di gioia. Gente adorna la festa senza posa attingeva. Penso. I pensieri, grumi di sangue, infermi e rappresi strisciano via dal cranio”.

Come potrò mai, io, stringere ancora le tue mani calde. Il freddo della pistola urla come l’eruzione di un vulcano, rulli di tamburi sulle vie della rivoluzione. Sparerò. “Ho bestemmiato. Ho urlato che dio non esiste, e lui ha tratto dal fondo dell’inferno una donna che farebbe tremare una montagna, e mi ha comandato: amala”.

Come potrò mai, io, amare ancora, lontano da queste parole, come se finisse la rivoluzione. Amare. Il rumore della fatica nei campi. Nella minestra nei piatti. Il rumore dell’esplosione del cannone.

Ha smesso di marciare. Il mio amore, Dio riprenderà il mio corpo, nel fondo dell’inferno lo getterà. “Dio è soddisfatto. Nell’erta sotto il cielo un uomo tormentato si è inselvatichito e spento. Dio si stropiccia le mani. Dio pensa: Vladimir!

Dio, ti affronterò, e la mia vita abbandonerò per l’amore. Suoneranno ancora le campane e le trombe della rivoluzione. Scriverò. Le parole giaceranno sulle pagine dei quaderni tra le trincee e tra i soldati. Ancora marceranno e suoneranno i loro passi come tamburi. “Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova, per far la croce sulla nostra coperta, lo so, si sentirebbe puzzo di lana bruciata e fumo sulfureo si leverebbe dalla carne del diavolo”.

Ma ancora toccherò il ferro di questa pistola che molte volte ha ucciso. Se la puntassi, ora. Il mio corpo crollerebbe d’un calore immenso, giacerebbe disteso sdraiato, freddo, sul mio amore.

Non ho bisogno di te! Non voglio! Non importa, lo so creperò tra breve”. I miei occhi si chiuderanno e tu, Dio, non potrai fermare la mia mano. Spara. Spara. Urlano i miei desideri incastonati tra la luna e le stelle. Spara. “Se è vero che esisti o Dio, o mio Dio, se hai intessuto il tappeto di stelle, se questo tormento , moltiplicato ogni giorno , è, Signore, una prova mandata giù da te, indossa la toga del giudice. Aspetta la mia visita. Sono puntuale, non tarderò d’un giorno. Ascolta, Altissimo inquisitore!”.

Non mi spaventeranno queste gocce di ferro. Mi entreranno i proiettili nel cuore e verrò da te. Camminando con il passo pesante come il respiro di questa disperazione. Questa scrivania, queste pareti urleranno per la paura del mio coraggio.

Avrei potuto utilizzare questa corda, ma no. Non sarà così lenta la mia morte. Verrò da te. Puntale. “Serrerò la bocca. Non udranno un grido delle labbra morse. Legami alle comete, come alle code dei cavalli, trascinami squarciandomi sulla punta delle stelle”. Come se fosse una sconfitta, questa vittoria. Tra gli steli d’erba della città scorrerà il mio volto insanguinato. Il mio ventre aperto dal proiettile che giacerà dentro di me. Il sapore del ferro sentirò sulle labbra. E nella memoria futura alcuni miei versi alla mia amata saranno dedicati. A me stesso. Alla Rivoluzione. “Il cielo fumoso, immemore d’azzurro, e le nubi a brandelli come profughi rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore, vivido come l’incarnato d’un tisico. La mia gioia ricoprirà il ruggito dell’ammasso, dimentico del tepore domestico. Uomini, ascoltate!”.

Nessuno deve dimenticare questa notte. Questo amore. Queste parole. Uomini. Cittadini. Udite ancora le urla dal fondo dell’inferno di questa disperazione. Cosa ci importa della rosa, dei fiori, delle stelle, del cielo intero, dell’universo, del futuro. Uomini, combattete. Leggete queste parole. Dio urla: Vladimir. Ma non mi attenderà ancora. Basta! Non morirò in battaglia, non per la Rivolzuone. Morirò d’amore come fossi una bestia feroce. Dimenticherò il giorno, la data e l’ora. La mia morte sarà lontana come l’orizzonte in cui scende il sole a bruciare le speranze. Se le stelle si accendono è perché qualcuno ne ha bisogno? Forse le folle bagnate come fossero leccate. Forse le folle. Ma della mia morte cosa resterà? Il mio corpo putrefatto steso e frantumato su questi mobili. “Oh questa che notte! Ho spremuto a non finire la mia disperazione. Al mio pianto e al mio riso il muso della stanza s’è torto in una smorfia d’orrore”. E ho puntato dritto al cuore. Oggi questo 14 aprile 1930. Il sole si stende sulle pareti con il colore del sangue. “Per il tormento ho piegato i ginocchi dinanzi a colei che non è più mia. A mio paragone re Alberto, arresosi con tutte le sue fortezze, è un festeggiato ricolmo di regali”.

Cosa potrò io più desiderare. Cos’altro potrò fare se non puntare e sparare al mio cuore. Morirò.

Tu che hai saccheggiato il mio cuore,

privandolo di tutto,

e nel delirio m’hai lacerato l’anima,

accogli, cara, il mio dono,

forse più nulla io potrò inventare.

Ornate a festa la data di oggi.

Avverati,

mangia simile alla passione di Cristo.

Vedete,

sulla carta sono trafitto

con i chiodi delle parole”.

Luca Romano | @lucaromano_

[Le parole evidenziate sono di Vladimir Majakovskij, scritte nel 1915 in Il flauto di vertebre]

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