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Non vi faccio la classifica e non vi consiglio libri da comprare per natale. Non lo faccio perché fondamentalmente non mi interessa cosa regalerete a natale, né mi interessa classificare.

Qui di seguito c’è il mio blog sull’huffpost. Ho parlato per circa 8 mesi di libri e qualche volta di film. Scorrendo i post troverete più o meno una recensione per settimana.

Quello che mi interessa è salvare alcuni libri di cui ho scritto in questo 2014. Sono libri che secondo me (nel bene e nel male) hanno segnato quest’anno. L’ordine è casuale e spero che tra 8 milioni di anni alcune persone leggeranno ancora almeno uno di questi libri.

1) Roderick Duddle di Michele Mari.

2) La vita umana sul pianeta terra di Giuseppe Genna

3) Volevo tutto (la vita nuova) di Andrea Gentile

4) Divorati di David Cronenberg

5) La ferocia di Nicola Lagioia

6) Una storia di Gipi

masterpiece-logoPrima durante e dopo la messa in onda di Masterpiece giravano sui social i commenti sul programma. Tutti prevenuti, molti in attesa di poter dire che fa schifo, altri in attesa di voler capire come ci sia arrivata la “scrittura” su rai3.

Tuttavia la struttura del programma non è incentrata sulle parole, sulla scrittura, sui libri o sul manoscritto presentato dai vari autori. È tutto incentrato sulla vita dei candidati. La prima prova è una presentazione dei candidati alla giuria (che ha già letto i manoscritti). Talvolta viene letta una frase, due al massimo, e i giurati esprimono un parere che potrebbero esprimere tranquillamente su qualsiasi personaggio “artistico” sia che sia un ballerino, un cantante, un pittore o un cuoco. Si è deciso di scindere, nella prima fase, la scrittura dallo show. Lo show, ovviamente, risulta essere una copia lenta e poco divertente di altri programmi, magari di cucina, in cui De Carlo copia Joe Bastianich di MasterChef, in cui qualcuno scopiazza la formula di X factor e si va avanti così per 40 minuti circa (su 82 minuti di programma).

La seconda fase verte ancora sull’idea che la scrittura sia necessariamente autobiografia, i concorrenti vivono un’esperienza e in una lettera, scritta in 30′, devono riassumerla. Questa è la fase in cui la lettura dei testi passa in primo piano e saranno gli stessi scrittori a doverle leggere (e anche qui passa l’idea che lo scrittore sia un tuttofare. Idea già data per scontata durante le presentazioni. Lo scrittore scrive, legge, si vende ecc ecc). La lettura delle lettere è disarmante, non per le doti attoriali dei candidati, ma per via delle lettere scritte. Chiunque abbia letto 5 libri è in grado di capire la noia che attraversa completamente quei compitini. Qualsiasi appassionato lettore (e quindi anche scrittore?) sarebbe in grado di capirne l’inconsistenza. Tuttavia qualcuno deve essere scelto (e questo senso di imbarazzo emerge anche nella giuria) e così si va avanti sino alla terza fase in cui 2 sui 4 rimasti incontreranno Elisabetta Sgarbi per “vendere” il proprio libro in sessanta secondi.
L’idea che uno scrittore debba vendere il proprio libro è la fase finale, la Sgarbi espone il suo giudizio e in conclusione vince un ragazzo le cui sgrammaticature, a detta di De Carlo, “sono così tante che non si capisce se siano volute o meno”.
Comunque alla fine un programma sulla scrittura innesca e mette definitivamente in scena due meccanismi: il primo riguarda l’idea che chiunque abbia una storia deve scriverla e può diventare scrittore (e sino a qui non c’è nessuno giudizio che possa dire che non deve essere così); il secondo invece è più complesso e riguarda il meccanismo editoriale, perché trasferendo tutto sulla biografia, sulla capacità dell’autore di raccontare la propria vita, si alimenta l’idea che la scrittura sia un metodo per (innanzitutto diventare famose grazie alla pubblicazione in centomila copie – se non ricordo male – del testo da parte di Bompiani) far conoscere al mondo la propria vita, per mettere in scena pubblicamente la propria esistenza, per trasformare in celebrità il proprio vissuto. L’idea è che la scrittura sia un mezzo per diventare famosi e non attraverso la narrazione (quasi tutte le narrazioni sono lineari) indagare l’esistenza, mettere in scena qualcosa, ma usare la narrazione come mezzo per la celebrità del proprio vissuto. Essendo così persino disposti a pagare (come alcuni candidati hanno affermato: “il mio libro deve esser pubblicato, è un debito verso me stesso/a“).

Sarà interessante conoscere i dati d’ascolto del programma per capire se la fascia di ascoltatori sarà formata solo dagli addetti ai lavori o se sarà costituita anche da tutti gli aspiranti scrittori d’Italia, quindi dalla gran parte degli italiani.

 

Luca Romano | @lucaromano_

Ricorda Balzac quando esordì scrivendo ‘Feuilleton’ sui giornali dell’epoca. Poi entrò in forza nella letteratura e ne fu uno dei massimi esponenti. Auguro a Volo di fare altrettanto.” Questa frase è contenuta nell’editoriale di domenica 10 Novembre di Eugenio Scalfari, fondatore ed editorialista del più venduto quotidiano italiano.

Per avvalorare la tesi dell’esimio giornalista sarebbe stato fondamentale citare due passaggi (anche a caso) dei suddetti scrittori per comprendere realmente la portata del paragone. Sicuramente il lavoro di esegesi dei testi, compiuto evidentemente da Scalfari porterà a notare come i due stili di scrittura siano simili. È un vero peccato che purtroppo l’esegeta in questione non sia riuscito a leggere il libro che ha utilizzato per paragonare i due scrittori. Pare sia stato impossibilitato nel comprare l’ultima pubblicazione di Fabio Volo perché evidentemente esaurito in tutte le librerie, infatti ha scritto, sempre nell’editoriale in questione “Personalmente non ho letto il libro di Volo, ma il personaggio mi piace”. È presumibile quindi che ci siano più fattori ad accomunare Fabio Volo e Honoré de Balzac.

Ma proviamo a confrontare due incipit di due testi (casuali) di Fabio Volo e Balzac, ovviamente non l’ultimo lavoro di Volo perché purtroppo, nonostante sia l’argomento in questioni, l’esimio giornalista non ha potuto leggere il capolavoro.

Iniziamo dal celebre scrittore italiano:

Che freddo. Sono raffreddato. Del resto lo sapevo. 
Si è fermata da me per la notte, e ho voluto dormire nudo, perché mettere la maglietta mi sembra poco macho. Pensare che lo so che se non mi metto la magliettina poi prendo freddo.
Ma a volte mi piace fare il figo, mi piace fingere di essere quello che non sono. Faccio il duro a torso nudo e la mattina dico: «Babba bia che freddo». Ma mi sa che questa è stata l’ultima volta.”

[ Fabio Volo, È una vita che ti aspetto, Mondadori]

L’argomentazione fondamentale risulta rilevante, la maglietta della salute durante il sonno potrebbe essere uno degli argomenti di punta degli ultra settantenni, in più la costruzione della frase risulta essere essenziale, direi quasi minimale ed è probabilmente a causa di questo che lo stile risulta essere diretto e preciso, inconfondibile. Come fare d’altra parte a non capire le difficoltà del macho che non riesce ad essere macho ma che vuole essere macho?

Risulta evidente una caratterizzazione della scrittura capace di introdurre “in forza nella letteratura” Fabio Volo.

Il secondo scrittore, invece, è uno che ha scritto anche racconti sui giornali e quindi risulta inutile prendere uno dei testi celebri, uno dei minori potrebbe anche essere utile per un confronto. Vediamo l’incipit:

Verso la fine dell’anno 1612, in una fredda mattina di dicembre, un giovane vestito molto dimessamente passeggiava dinnanzi alla porta di una casa in rue des Grands-Augustins, a Parigi.
Dopo aver a lungo camminato avanti e indietro con l’irresolutezza di un innamorato che non osi presentarsi alla sua prima amante, per disponibile che ella sia, finì poi per varcare la soglia di quella porta e domandare se il maestro Francois Porbus fosse in casa.”
[Balzac, Il capolavoro sconosciuto, Passigli]

Gli argomenti trattati questa volta risultano di poco interesse e certamente parlare di “maestro” non merita l’attenzione delle grandi masse di gente che accorre in libreria. D’altra parte in entrambi i testi si parla del freddo della mattina e quindi sicuramente i due scrittori sono riconducibili uno all’altro e in più la somiglianza non si ferma solo ad una caratterizzazione stilistica, risulta evidente, data la piacevolezza del personaggio, che Fabio Volo in realtà è proprio la reincarnazione di Balzac e che ancora una volta Eugenio Scalfari abbia colto nel segno, sia stato capace di scoprire la prima reincarnazione del famoso scrittore in un nuovo scrittore al quale auguriamo tutti di ripercorrere le stesse orme di romanziere, e magari visto che siamo in clima di auguri, auguriamo anche a Balzac di vendere le stesse copie di Volo, così da sancire definitivamente l’unione dei due personaggi in un’unica grande anima artistica. 

 

Luca Romano | @lucaromano_

Il progetto è partito. Un racconto al mese per (circa) 10 mesi. Li pubblicherò tutti su scribd. Costeranno 99 cent l’uno. Praticamente il prezzo di un brano su iTunes, o comunque un prezzo decisamente abbordabile per tutti. Saranno completamente diversi sia come stile sia come lunghezza rispetto a tutta la roba pubblicata qui.
Ieri pomeriggio ho caricato il primo racconto (decisamente vecchio) di prova. Il primo è gratuito. Potete cliccare qui sotto e leggerlo.

Ho avuto proposte da case editrici, ma ho sempre optato per altri mezzi, ho sempre cercato di utilizzare il passaparola di tutte le persone che leggono questo blog e che mi seguono su facebook e twitter, ho sempre cercato di rendere tutto disponibile per tutti gratis. Sono finito anche in classifiche nelle quali non sapevo nemmeno di essere [infatti me ne sono accorto perché alcuni sono arrivati su questo blog da lì].

Quindi ricapitolando il progetto continua in un modo assolutamente improbabile in italia [Visto che pochissimi pubblicano solo online, pochissimi credono che si possa scrivere seriamente online, tutti pensano che il cartaceo abbia di per sé un valore, nessuno recensisce mai scrittori online. Sembra, in Italia, che il mezzo di diffusione sia di per sé letteratura]. Tuttavia non escludo in futuro di pubblicare qualcosa sul cartaceo se ci sarà la possibilità, però per ora si prova in questo modo su una piattaforma che non ha nemmeno una versione in lingua italiana.

Quindi tutto online, tutto ad un prezzo bassissimo. Tutto si reggerà sul vostro passaparola e sulla vostra voglia di spendere 99 cent per leggere i miei racconti e di condividerli.

Qui sotto il primo racconto gratuito:

Un minuto soltanto by Luca Romano

Franz kafka

Franz kafka

Oggi avrebbe compiuto 129 anni. Nessuno ne parla, sembra quasi che nessuno sappia cosa dire, proprio come se fossimo i giudici della sua opera, come se fossimo nascosti ovunque e sempre pronti a spiegargli quale fosse la sua colpa, ma senza volerglielo mai rivelare. Come se non volessimo mai rivelargli il nostro parere.

I suoi libri si aggirano per le città e per il mondo, i libri di uno dei padri della letteratura, proprio come i funzionari de il castello sembrano muoversi invisibili, al massimo possiamo guardarli da uno spioncino mentre dormono, senza mai capire cosa essi siano realmente. Quasi come se l’estenuante ricerca di Klamm fatta da K. non fosse altro che la ricerca di una illusione che possa salvarci. Ma salvarci da cosa?

Oggi avrebbe compiuto 129 anni, come se a Kafka, e soltanto a lui, fosse concesso compiere 129 anni. Come se fosse ancora disperso camminando su una corda che non sembra alta, ma rasoterra. Sembra destinata più a farci inciampare che a esser percorsa.

Oggi forse nessuno gli avrebbe fatto gli auguri, nessuna delle sue tre donne, nessuna delle puttane con le quali faceva sesso, nessun amico. Forse avrebbe passato anche questa giornata inabissato, come se fosse solo il suo destino, a scrivere solo e in fondo ad un pozzo di babele.

Kafka è tutto questo. È a volte solo una lettera, a volte tutte le parole che possiamo pensare, perché è il modo di pensare di chiunque abbia a che fare con la letteratura, che si è strutturato a partire dalla sua opera.

Ma cosa avrebbe fatto Kafka se fosse stato ancora vivo non possiamo saperlo, come non lo sappiamo di nessuno, ma possiamo immaginarlo, magari davanti ad una porta aperta con un guardiano davanti che guardandolo gli dice che nessun altro sarebbe potuto passare attraverso quella porta, perché quell’ingresso è solo per Kafka e che ora che non c’è più, solo ora, l’avrebbe potuto chiudere.

Luca Romano

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