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È online il mio nuovo pezzo sull’Hffupost Italia. Questa volta ho affrontato il libro d’esordio di Marco Peano, L’invenzione della madre (minimum fax)

L’ho affrontato partendo da un aforisma di Nietzsche sulla donna che Derrida usa per parlare dello stile. Anche nel caso di Marco Peano i due temi – la madre (donna) e lo stile (letterario) – sono intrecciati. Ai due si lega un terzo tema fondamentale e fondativo: la morte.

Su questi tre pilastri è costruito tutto il racconto. Nel post spiego meglio il tutto, leggete il post (cliccate qui per leggerlo) e poi leggete anche il libro.

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sangue amaroPassarsi e ripassarsi tra le mani un libricino, non sono nemmeno 150 pagine, nel formato dell’Einaudi dedicato alla poesia. Sulla copertina ci sono dei versi, ma non sono quelli che me l’hanno fatto scegliere, l’ho scelto perché lessi Nel condominio di carne. Così mi arriva a casa Il sangue amaro.
È l’ultima raccolta di poesie di Magrelli, contemporanee, immerse nell’oggi sin dai primi versi, sono quasi completamente poesie sull’oggi, quell’oggi che Magrelli ci comunica spersonalizzante. Ma ancora non basta, fosse solo questo, non sarebbe abbastanza. C’è qualcosa che lega l’oggi a tutti i passati poetici che vengono in mente leggendo. C’è qualcosa che in Magrelli è ormai necessario: il corpo.

Il volumetto inizia così:

Si rifanno le tette per Natale,
affollano la scena telegenica
di un unico Presepe Pansessuale
si schiude loro la promessa edenica

poi continua, continua parlando di corpi, di canoni, di altri natali, di ogni cosa, parla di quello che siamo, ma non tutti insieme; parla di quello che è ognuno di noi, sperso in un insieme di corpi che se ce la faranno un giorno, in un Presepe Pansessuale troveranno l’eden.

Potrebbe già bastare così, potrebbe essere anche solo l’inizio, ma potrebbe già bastare così. Vado avanti, leggo, divoro.

Di tutta la lettura, sussulti, pause, rigurgiti, tutto è concesso, ma di tutto, alla fine, mi rimane più d’ogni altra cosa un’immagine. Così finito, riapro e torno lì, su una cicatrice, che adesso è anche mia. Pochissimi versi che mi hanno lasciato abbandonato.

 

Fine come un capello,
si vede solamente controluce,
a malapena, ma si vede (si vede?),
la cicatrice che una sua compagna
tracciò sopra la guancia di mia figlia.

La seguo di continuo col mio sguardo,
la cerco, nella speranza di non trovarla,
la trovo, col rimpianto d’averla cercata,
ma è più forte di me, è la stessa forza
insopprimibile della gelosia, forza dell’organismo

che nutre il suo male: conoscere. Che sarà mai!, mi dico,
e intanto frugo avidamente per rintracciarne
la curva, segno e solco irreversibile.
Perché la guardo? Solo per ripetermi che il Tempo
lì è trascorso, affidando il saluto ad un’unghiata.

 

Servono pochissime parole, a volte, per parlare di qualcosa, e quelle poche parole, a volte, rendono qualcosa, di cui non ci ricordavamo nemmeno l’esistenza, fondamentale.

 

Luca Romano | @lucaromano_

La ripetizione che ha attraversato il postmoderno e arriva a diventare ricorsività. L’uso delle stesse parole per incatenare il significato e adattare lo stile. Ho voluto [per qualche ragione inconscia] accostare questi passi perché hanno un legame, un filo che li unisce.

 ***

“Nella casa di fronte c’era una bambina.
Quella bambina guardava la casa di fronte la sua e dentro le due case c’eravamo noi e lei bambini. Lei aveva dieci anni e io e Filippo dieci. Io e Filippo guardavamo lei che guardava noi la sera.
La sera arrivava tardissimo, tutto il giorno io e Filippo lo passavamo a giocare in modo veloce. Andavamo sulla spiaggia, con la bicicletta. Noi, giocavamo a chi arriva prima al chiosco dei gelati.

Io e Filippo volevamo fidanzarci con lei. “

[Aldo Nove, Amore mio infinito, Einaudi]

 ***

Ginn Fizz ha presentato a Manomorta e Cacio; ha detto Manomorta, Cacio: Cucciolo Rabbioso. E ha presentato anche Manomorta e Cacio a me. Io mi chiamo Cucciolo Rabbioso, anche se mica davvero mi chiamo così. Tutti i miei cari amici sono punk e raramente hanno dei nomi, se non nomi tipo Tetta, Cacio, e Ginn Fizz.
Il vero nome di Ginn Fizz è Sandy Imblum ed è nata a Deming, in New Mexico. Cacio ha chiesto a Ginn Fizz se poteva toccarle la punta dei capelli e lei lo ha invitato invece a sedersi su un palo appuntito, facendomi reagire con una risata.

[D. F. Wallace, La ragazza dai capelli strani]

 ***

Continuavano ad avvicinarsi. Lo aprii il cancello e loro si fermarono, voltandosi indietro. Io cercavo di dire qualcosa, e la presi per un braccio, cercando di dire qualcosa, e le cacciò un urlo e io cercavo, cercavo di dire qualcosa, e le forme lucenti cominciarono a fermarsi e io cercai di uscire. Cercavo di strapparmela dal viso, ma le forme lucenti avevano ripreso a muoversi. Andavano su per il colle fin dove cominciava la discesa e io cercai di piangere. Ma quando mi riempii i polmoni non fui più capace di vuotarli per piangere, e cercavo di non cadere giù dalla collina e caddi giuù dalla collina tra le forme lucenti e vorticose.

[Faulkner, L’urlo e il furore, Einaudi]

 ***

Olla si è portata una forchettata di prosciutto alla bocca. “speriamo che si riaddormenti presto” ha detto.

Bud ha detto: “c’è ancora tanto di tutto. Prendete altro prosciutto e altre patate dolci, coraggio”.

“non mi entra neanche un boccone” ha detto Fran.

Ha posato la forchetta sul piatto. “È buonissimo, ma non ce la faccio più”.

“lasciati un po’ di spazio” ha detto Bud. “Olla ha fatto la torta al rabarbaro”.

Allora Fran ha detto: “Be’, mi sa che una fettina riuscirò a mangiarla. Quando gli altri saranno pronti”.

“Anch’io” ho detto. Ma solo per educazione.

[Carver, Penne, in Cattedrale]

 

 

Luca Romano | @lucaromano_

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