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Ieri ho visto “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” di Romeo Castellucci.

Sono arrivato a teatro (Petruzzelli – Bari) e fuori c’era un gruppo di persone che pregava. Pregavano per chiedere perdono per lo spettacolo. Pregavo senza aver visto lo spettacolo, solo per sentito dire. Perché hanno saputo che durante lo spettacolo il volto di cristo sarebbe stato lapidato. L’hanno già fatto in altre città, hanno detto (lo spettacolo gira da un paio d’anni). Queste persone che costantemente criticano senza basi ed esprimono il loro parere su cose che non conoscono e non vogliono nemmeno conoscere, mi annoiano molto (e sono elegante).

Sul concetto di volto nel figlio di Dio - Romeo Castellucci

Sul concetto di volto nel figlio di Dio – Romeo Castellucci

Dunque sono entrato e ho visto lo spettacolo. Nello spettacolo ho visto quel volto assediare gli spettatori e gli attori. Ho visto la rabbia. e Ho visto moltissima sacralità. Più di quanta ne avessi bisogno io stesso. In più i tempi scomposti dello spettacolo (lenta la prima parte, veloce e rumorosa e breve la seconda), conferiscono una grandissima forza a quel volto che sovrasta tutto. L’impotenza dell’uomo poi lo distrugge, i bambini lo prendono a sassate quasi fosse un bombardamento, ma sfido qualunque credente (chi non lo è, come me, non ha motivo per farlo) a non aver avuto mai un attimo di rabbia contro cristo (e dio).Credo che questo, in fin dei conti, sia uno degli spettacoli più sacri che io abbia mai visto. In più ho notato un’impotenza fisica che molto mi ha ricordato il film di Pippo DelBono, Amore Carne, ma anche il recentissimo L’invenzione della Madre di Marco Peano, nel quale è il corpo (in quel caso della madre, appunto) e lo stile si intrecciano, anche in questo caso il ritmo è dettato dai tempi del corpo, e quindi è in questo corpo che la morte trova lo spazio dello stile per esser narrata.

Luca Romano | @lucaromano_

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Antonio Moresco Ascoltare Antonio Moresco è sempre un percorso. Ieri, durante la presentazione di Fiaba d’amore (Libreria Zaum – Bari), ha parlato essenzialmente di specchi. Ha parlato di tutti i frammenti nei quali guardiamo noi stessi e del dovere della letteratura (e dell’arte in generale) di rompere questi specchi. Ha parlato dell’obbligo morale che abbiamo tutti di andare oltre la descrizione di quanto questo mondo faccia schifo. Dobbiamo andare da qualche parte, essenzialmente. In qualche posto che sia oltre la piccola gabbia all’interno della quale non ci accorgiamo d’esser rinchiusi.
Tutto perfetto, se non fosse che forse allargare le pareti della gabbia, forse, è un atto estremamente vano. Romperle, forse è un’illusione. Ma d’altra parte che abbiamo da fare se non questo, la forza è in questa illusione.
In quel costante fluire di parole, però, mi sono accorto d’avere davanti a me un uomo fragile, forte, ma fragile. Anche a tratti superbo, forse a ragion veduta, scrive e ha scritto pagine di una grandezza infinita (in futuro sapremo anche se memorabile), ma superbo.

Ma quella fragilità, quella calma di chi non può perdere niente, come chi cammina per le strade di una città, come Antonio, il barbone protagonista della fiaba d’amore, la fragilità anche di Rosa, la protagonista donna.

La fragilità che è forza, ho avuto la sensazione d’avere davanti un uomo fragile, ma non rassegnato. Un uomo sconfitto, forse. stanco d’esser sconfitto. Non so esattamente se ho avuto davanti l’uomo scrittore o l’uomo che presenta i libri, o ancora l’antonio della fiaba, o ancora uno specchio.

Ho trovato la fragilità anche nel suo libro che ho praticamente letto tutto in una notte, la notte dopo la presentazione. L’ho trovata qui:

Sì, ma allora perché mi aveva detto che lei invece era nata per fare qualcosa d’altro e di grande, che non aveva paura della grandezza e persino dell’impossibile, che le nostre vite si erano incontrate per fare insieme qualcosa di così grande che avrebbe commosso il mondo, le stelle, che avrebbe commosso la vita e avrebbe commosso persino la morte…?

Credo che la fragilità che mi si è mostrata è uno dei più grossi punti di forza della sua scrittura, è la fragilità di chi si è mostrato e che per molto tempo non è stato visto, la fragilità di chi non combatte più contro, ma di chi combatte in sé, di chi sfida la propria forza, quella forza illusoria che ci consente d’esser corpi.

Ecco, credo d’aver avuto davanti la fragilità di chi è stanco d’avere un corpo, ed è una fragilità necessaria.

Luca Romano | @lucaromano_

Foto 27-06-13 18 42 26Di questa città mi dici che ti fanno schifo i suv parcheggiati di traverso sulle salite dei disabili o sulle strisce pedonali con mezza macchina sul marciapiede, il quantitativo ignobile di vigili che passano le ore nei bar, le infinite cicche di sigaretta che si aggrumano negli angoli delle strade, gli scarafaggi, scarafaggi da tutte le parti. La gran parte dei locali che cerca di non farti gli scontrini. I parcheggiatori abusivi che invadono la città di notte e prima o poi ti ruberanno la macchina, ma non te ne importa moltissimo perché tanto non è nemmeno tua ma di quello stronzo di tuo padre. Il fatto che non ci sia un assessore alla cultura e che non ci siano musei degni di questo nome, ma anche musei degni di nessun nome, nono c’è un’opera d’arte qui, perché non c’è nemmeno mai stata alcuna forma di bellezza. Dici che ti fa schifo camminare per la strada e vedere uomini con le BMW fischiare alle ragazze in bicicletta, importunarle e seguirle, ma mi dici che comunque ti piace avere amici che lo raccontano su facebook e che almeno ci provano a cambiare la mentalità delle persone, perché il maschilismo qui è da tutte le parti e tu non sai nemmeno da dove iniziare a combatterlo, perché le donne qui sono sempre state al servizio degli uomini e non lo capiscono nemmeno che non deve essere più così. E ti anche fa schifo dover onorare e portare rispetto per professori universitari fascisti e mafiosi che sistemano i propri figli o i membri delle loro sette sataniche del cazzo. Ti fa schifo questa città perché se ti finiscono addosso con la macchina può essere anche che tu debba scusarti con il mafioso di turno per non avergli dato la sinistra. Ti fanno schifo un sacco di cose di questa città, di questi cittadini, di queste persone che si sentono superiori nell’essere violente. E ti fa schifo sentire ogni volta che ti rispondono ‘che vuoi che sia’ o ‘proprio a me, quando ci sono quelli che fanno cose ben peggiori’ e nessuno mai ti chiede scusa dopo averti fissato le tette per ore intere. E forse è il caso che qualcosa cambi da queste parti, mi dici. Perché alla fine non è solo questo, ci sono milioni di cose che non ti piacciono, ci sono persone che attraversano ad ogni angolo e macchine che ogni cazzo di semaforo saltano la coda e si mettono davanti e poi quando scatta il verde nemmeno si muovono perché stanno parlando al telefono.Foto 27-06-13 17 12 19

E mi dici che tutte queste cose, tutte insieme, ti stanno schiacciando e pensi che stiano schiacciando tutti, ma nessuno se ne accorge ed è quasi come se fossimo stati sotterrati da questa città che non vede l’ora di mostrarsi violenta. Ma intanto tutti fanno le foto ai tramonti, bevono la birra sul mare e alla fine non ci accorgiamo nemmeno che non siamo facendo abbastanza.

Però, mi dici, ci sono delle persone che un po’ ti fanno sorridere. Ci sono delle persone che sono diverse e anche se non succederà, mi dici che ci credi che prima o poi le cose cambieranno. Prima o poi, ma cambieranno.

Luca Romano | @lucaromano_

Praticamente solo per dirvi che c’è un mio racconto su LaRepubblica Bari. Questo racconto si chiama Il corpo e l’ho letto nella libreria Zaum per Letti di notte. Potete leggerlo cliccando sul link qui sotto.

 

http://libri-bari.blogautore.repubblica.it/2013/06/26/story-slam-5-il-corpo-di-luca-romano/

È come se lo spazio tra una mattonella e l’altra fosse il confine di tutte le idee le persone: sottile e infinito, lungo tutti i marciapiedi del mondo. Guardare con il sole negli occhi, le porte chiuse di una struttura ormai decadente. I cambiamenti non hanno pazienza. Un megafono che non funziona. Gli occhi chiusi di chi ha paura di perdere la propria giornata di lavoro. Di perdere i propri diritti invece, non gli interessa più niente. Gli occhi aperti di chi, quella giornata di lavoro deve portarla a casa per arrivare a fine mese ed è contento, perché forse le cose cambieranno. Forse sarà questa la volta buona. Forse quei ragazzi, lì, potranno fare qualcosa anche per me. Per noi tutti. E forse sbatteranno gli occhi contro strane forme di polizia. Strane forme di controllo. Il controllo postumo dei cadaveri che sperano ancora di rubare attimi di miserevole vita. Forse sarà questa la volta in cui non riusciranno a fermare il vento, o sarà solo un’altra brezza mattutina primaverile?

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