(racconto pubblicato su coolclub n.55/56 – luglio/agosto 2009)

Il calore della terra tra le mani. Il rosso del sole illuminava ogni cosa. Avrei vissuto l’intera vita nei colori del tramonto, la vivrei ancora ora e invece ogni sera attendo il momento in cui i miei occhi possano riempirsi del dolce fuoco. Lasciai cadere quel terreno e come fosse acqua mi scorse tra le dita e facendosi accompagnare dal vento volò via da me. Era quasi arrivata l’ora di cena. Ero per la seconda sera in una grande villa di campagna per aiutare i miei nonni nella raccolta dei pomodori, era un’attività che non ebbi mai l’onore di svolgere, quell’anno data l’età, mi chiesero di aiutarli. Avrei passato forse anche dodici ore al giorno nel campo con la schiena piegata e sotto il sole. Ma vedere il rosso del sole illuminare ogni sera quelle mura, avrebbe ricompensato ogni mio sforzo. Guardando le formiche correre verso un buco profondo forse fino al centro della terra, decisi di ritornare all’interno della casa, a breve sarebbe stato pronto per la cena. Giunsi nel soggiorno e mi sedetti. I sei posti erano già segnati con piatti bianchi e lisci bicchieri in vetro. Sedetti al mio posto e sentii sotto le dita il legno duro del tavolo. Il rumore dei mestoli sui tegami di acciaio avrebbero potuto cullare i miei pensieri per tutta la sera. Di li a poco fu pronta una zuppa di cipolle, raccolte la sera prima dalle mie stesse mani, per gioco con Franco, mio nonno, il padrone di questa infinita casa. Sua moglie Antonia mi guardò e disse: “tu ne vuoi? C’è solo questo, con il pane” pensai al pane della sera precedente. Antonia ogni mattina si svegliava presto e mentre suo marito andava in campagna, lei preparava il pane per la giornata, seccava i pomodori e svolgeva le faccende domestiche. I pensieri distratti nella mia testa non mi fecero rispondere, quando lei guardandomi ancora fece: “Beh”. Io sorrisi e le dissi: “Certo nonna, scusami, ero distratto, non vado matto per le cipolle, ma sarà sicuramente buonissimo”. La tavola era imbandita come di rado mi capita di vedere in città, qui in campagna è tutto diverso. Mio padre e mia madre seduti al mio lato sinistro, mi guardavano quasi come se fossi diventato un alieno, la prima sera gli chiesi se fosse stato possibile avere una forchetta diversa per il primo e il secondo, mia nonna scoppiò a ridere senza parole capii la risposta.
Portai il cucchiaio alla bocca e assaporai la zuppa. Un sapore mai sentito prima. Era buona. Dissi: “in città non mi capita mai di mangiare cose così, a dire il vero non capita nemmeno di mangiare in tanti, intorno ad una tavola così imbandita” presi la brocca versai il vino nel bicchiere e lo bevvi, tutto d’un fiato. La nonna mi disse: “quel vino l’ho fatto io” risposi: “è buono, davvero molto buono” e lei sorridendo mi disse: “in città le trovi cose così? Lo trovi un vino così buono?” caddi nella provocazione e risposi: “ No, nonna, in città non ci sono vini così buoni, ma ce ne sono molti di più e ci sono anche tante altre cose, dovresti provare a venirci, dovresti provare a passeggiare per le vie della città in cui vivo, forse troveresti anche utensili adatti alla tua vita di campagna, sicuramente ne troveresti, con il progresso che c’è stato negli ultimi vent’anni in cui non sei voluta venire, avranno inventato chissà quante cose che non conosci”. Lei non tolse il sorriso dagli occhi nemmeno per un secondo e rispose alle mie parole senza pensarci su: “tu, mio nipote, che vieni qui, nella mia terra e parli di progresso e ne parli come se fosse un oggetto. Il progresso è nella testa delle persone. Tuo nonno, il progresso l’ha creato quando ha combattuto per i suoi diritti di libero cittadino, sotto la dittatura. Questo è il progresso. Ora a voi hanno fatto credere che sia un oggetto più bello, vi hanno convinti che tutto sia da usare e consumare. Noi qui la terra non la coltiviamo, la mangiamo, vieni con me Luca, vieni”. Mi prese per mano e lasciò tutti nella sala da pranzo esterrefatti. Uscimmo dalla casa. Il cielo era scuro, niente più rosso sulle pareti, niente più colori, lei accese la luce sull’esterno e mi condusse nel terreno più vicino e ne prese un pugno, aprì la mano e guardandomi mi disse: “Questa terra io non la possiedo e non la uso. Io e questa terra ci scambiamo la vita. Lei nutre me e io nutro lei. È un cerchio. È chiuso. Voi nelle città usate e lasciate cerchi aperti da ogni parte. Luca, nipote mio, il progresso nelle città è iniziato e finito”.
La guardai negli occhi, mi venne da piangere. Il silenzio di quella terra, il colore delle pareti della casa, quel tutto che mi circondava, era veramente pieno. Fu in quel giorno che decisi di tornare a vivere in campagna, come quando ero bambino, lasciai tutto. Era lì che avrei voluto chiudere il cerchio della mia vita.