Mi sono capitati tra le mani in questi giorni due libri con un cappello in copertina. A dire il vero del cappello l’ho scoperto dopo, ma comunque ho letto e scritto poi sull’Huffpost di questi due libri molto simili esteriormente e completamente diversi per stile e parole usate. È molto strano che alla fine per chiunque siano accomunati da un un’unica estetica due libri così diversi. Comunque sia ho letto e scritto di entrambi. Parlerò prima del libro di Andrea Gentile e poi di quello di Grossman, e ovviamente non dirò ciò che già scritto sull’huffpost. grossman gentileVolevo tutto, altrimenti sottotitolato e detto ‘La vita nuova’ è un libro che si spinge molto al di là di quello che racconta e cioè formalmente lo stile degli anni ’60, e lo fa in un misto di sogno, realtà e allucinazione che Andrea Gentile riesce a rendere in scrittura perfettamente. Il pezzo sull’huffpost lo trovate cliccando qui. Il libro di Grossman invece è un libro che racconta la storia di un comico, Dova’le, e della sua vita. La capacità di Gorssman di scandire il ritmo in una trascrizione di uno spettacolo teatrale, è praticamente perfetta. Forse qui Grossman raggiunge uno dei suoi apici, credo sia uno dei testi migliori, sia per scrittura (traduzione, quindi) sia per costruzione del romanzo. Ne parlo meglio sempre sull’huffpost e lo potete leggere cliccando qui.

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Non tanto sul gesto. Non tanto sul concetto. Nemmeno sulle persone. Ma sul nome: sentinelle.

Sentinella è la persona a guardia di un posto, tendenzialmente. Ma etimologicamente viene da sentire, potremmo dire quasi ascoltare. Non il silenzio contornato da altri uguali a sé. Sentire come far proprio l’esser dell’altro. Sentire come far proprio l’esser dell’altro, avvertirlo, non come avvisare lui, ma come avvisare noi.

Qui sentinella è una parola militare. In difesa di. Sentire come allarmare in difesa di. Ma dov’è l’assedio?
Le sentinelle erano in difesa di qualcosa, già detto, ma per difendere qualcosa da qualcuno bisogna esser sotto attacco. Di questo mi sembra che non ci sia pericolo, nessuno imporrà a quelle persone di far qualcosa, anzi il loro manifestare è superfluo. Di cosa c’è pericolo d’esser assediati?
La manifestazione di pericolo in difesa del mondo, loro proprio, delle sentinelle di proprietà, il mondo non deve cambiare. Di questo sono in difesa di?
Le sentinelle in difesa del mondo, che resti identico a sé. Non c’è possibilità che questo accada, vorrei dire alle sentinelle. Non c’è alcuna possibilità d’esser lì a difendere quello che c’è da quello che cambia. Non ci sono usi e costumi e modi di pensare e sogni che possan esser gli stessi per sempre, o anche solo per un poco.

Nessun vuole togliervi il mondo a cui fate riferimento. La speranza è che sentinelle torni a venir etimologicamente da sentire, sentire come accogliere, e non tanto per difendere, abbandonando l’esercito, la speranza è che si diventi sentinelle senza eserciti, capaci di sentire per sentire. Di non difendere, ma di andare dallo straniero e continuare a sentire, ascoltare.

Magari avete anche ragione, ma la vostra guerra non ha senso, se siete lì a difendere, a combattere, in guerra, vuol dire che avete già perso.

@lucaromano_

Nei giorni passati sono stato ai Dialoghi di Trani, all’interno del castello svevo. Posto meraviglioso nel quale la manifestazione è ospitata da ormai oltre 10 anni (13 per la precisione). In questa cornice ci sono stati ospiti d’altissimo livello, da Bergonzoni a Remo Bodei, a José Castillo, che per quanto io non consideri fondamentale nella mia formazione, il suo pensiero è notevolmente rivoluzionario all’interno del contesto nel quale si pone.

Qui vi linko il primo giorno raccontato sull’huffpost e poi la bellissima chiacchierata avuta con Michela Murgia e pubblicata sull’huffpost.

Buona lettura a tutti.

In questi giorni di studio (come sempre) e di lettura, anche in previsione dei dialoghi di Trani, tra un libro e l’altro mi è capitato, sotto consiglio di un amico, Nessun altro mondo, di Osvaldo Capraro, è un libro schietto e diretto, il linguaggio usato è diretto anch’esso. L’ho letto tra due saggi per alleggerire un po’, ma nonostante sia una lettura piacevole, la scrittura non è leggera, è ruvida, punge, in sintonia con la storia di Michele Pellegrino e la sua storia pugliese.

Fondamentalmente parla di un uomo, del suo cane e della sua vicina di casa. Che detto così può anche non sembrare una storia interessante, invece la composizione e il disvelamento della trama sono molto ben costruiti. Il protagonista lo si conosce poco per volta e ci si avvicina ai suoi modi piano. Ci si ritrova ben presto dalla Francia nel sud Italia, in Puglia e le città del capoluogo fanno da cornice, una cornice sottile e discreta. Tra le pistole, le rapine e la malavita la storia si svolge prendendo le sembianze di rapporti difficili da costruire e difficili da portare avanti. Tutto è molto precario e tenerlo su è di per sé complesso. Il rapporto di Michele Pellegrino con la sua cagna, invece, è tutta un’altra storia: la dolcezza attenua anche il ritmo degli inseguimenti e della malavita di cui faceva/fa parte il protagonista.

Il libro di Osvaldo Capraro è un noir pugliese, io l’ho letto tra un saggio sul femminismo e uno sulla figura degli intellettuali, ma voi potete leggerlo senza aver letto prima né un saggio né un testo filosofico, soprattutto per la costruzione della storia ed il lavoro di avvicinamento al protagonista (dal suo carattere spinoso alla sua dolcezza verso Lina, la sua cagna).

Talvolta allontanandomi dalla filosofia e dal cinema, e tornando tra i testi scritti in Puglia, è sempre un piacere immenso imbattersi in libri così. Sicuramente, tra i libri con un respiro pugliese letti quest’anno, uno dei migliori, sicuramente al livello di autori di noir molto conosciuti anche nelle altre regioni italiane.

[In questo post ho parlato di: Osvaldo Capraro, Nessun altro mondo, Stilo Editrice, Bari 2014]

Il link di seguito vi porterà ad un’anteprima del libro su issuu. Così potete anche leggerne un pezzo e farvi un’idea. http://issuu.com/stiloeditrice/docs/nessun_altro_mondo_osvaldo_capraro_

P.s. Se non ve ne siete accorti, vi avviso che ogni tanto ci saranno incursioni su testi non filosofici che vi consiglierò per qualche motivo che di volta in volta sarà diverso. Il precedente post su Michela Murgia (qui il link) è stato il primo esempio, questo il secondo. A presto per gli altri. Buone letture.

 

Tra qualche giorno ci saranno i Dialoghi di Trani e ho ripreso in mano i testi di Michela Murgia (ma anche di Baumann e di altri ospiti, non di tutti, purtroppo e ovviamente) e siccome parlare di un libro a distanza di molto tempo dalla pubblicazione non è una scelta molto social, volevo dire a tutti quelli che leggono questi post che Accabadora, ripensato alla luce di quello che non avevo letto: Il mondo deve sapere, e alla luce di quello che sto leggendo in questi giorni: Ave Mary, ha tutto un altro senso.

Se avete letto Michela Murgia riprendete i suoi libri tra le mani e leggete quello che non avete letto, perché mostra un’attenzione per l’essenziale che di rado si trova in scrittori italiani. In più c’è un filo sottilissimo costituito da un nome: Maria, che lega tutto allo spazio che c’è tra la terra e il cielo. Non c’è molto da credere in Dio o da non crederci, c’è da leggere in quello spazio la collocazione di quello che siamo, molto al di sopra di noi stessi e infinitamente al di sotto. Tutti i testi, insieme, si stendono su un piano totalmente verticale, abbandonando quasi sempre la narrazione (che è decisamente orizzontale). Difficile racchiudere tutta l’analisi dell’opera in queste poche righe, ma lo farò poco per volta, magari con vari post o parlando di uno dei testi in particolare.

Ci saranno ulteriori aggiornamenti durante e dopo i dialoghi, intanto iniziate, se non l’avete a procurarvi qualcosa di suo, perché ne parlerò con testi alla mano, per quanto possibile in internet.

 

Luca Romano | @lucaromano_

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