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Ci sono chilometri di nebbia davanti a te che mi dici che basta così, che non ce la fai più a sostenere le dieci ore di lavoro giornaliero e intanto provi a soffiare per aprire il cielo e per allontanare le nuvole. E mi parli come se non potessi più tenerti la mano perché siamo in ritardo. I tuoi vestiti troppo leggeri per queste giornate troppo pesanti. E mi si è rotta la macchina del caffè e non posso più svegliarmi e voglio rimanere a dormire per sempre, guardandoti dalla finestra perché è meglio che ci sia almeno un vetro tra noi. Almeno una continente intero e chissà dove sei finita con la scusa di andare a trovare un lavoro. Ci cercheranno chiamandoci sui cellulari scarichi e tutte le volte che ti ho descritta non sono servite a niente perché tanto tu sei cambiata. Mi dici sempre che non ce la faremo mai. E hai paura di prenderti le tue responsabilità e ti incazzi con me. E alla fine voglio solo fotografarti gli occhi. Alla fine non voglio altro che le tue parole. Alla fine qui non siamo molto lontani dalla polizia che manganella i ragazzi, che non ride mai. I poliziotti non ridono mai. Io voglio stringerti la mano e andare a guardare le manifestazioni che cambiano questa nazione distrutta. Voglio sfiorarti per sbaglio e sentire la tua pelle morbida. Ti prego tienimi per mano e portami a guardare i poliziotti ridere e questo paese cambiare. Sfiorami.

Luca Romano | @lucaromano_

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Modigliani - Giovane ragazza rossa in camicia {1918}

Modigliani – Giovane ragazza rossa in camicia {1918}

È scrivere di povertà, di gioia, di donne senza occhi. Di sogni da realizzare in vite migliori. È un orgasmo che precede la gioia.

Caro amico,

io scrivo per sfogarmi con te e per affermarmi dinanzi a me stesso. Io stesso sono in preda allo spuntare e al dissolversi di energie fortissime. Io vorrei invece che la mia vita fosse come un fiume ricco d’abbondanza che scorresse con gioia sulla terra. Tu sei ormai quello a cui posso dir tutto: ebbene io sono ricco e fecondo di germi ormai e ho bisogno dell’opera.

Io ho l’orgasmo, ma l’orgasmo che precede la gioia, a cui succederà l’attività vertiginosa ininterrotta dell’intelligenza. Già dopo averti scritto questo io penso che è bene che ci sia l’orgasmo. E da questo orgasmo io mi risolleverò gettando di nuovo nella grande lotta, nell’azzardo, nella guerra, un’energia e una lucidità non prima conosciute.

Io vorrei dirti quali sono le nuove lance con cui riproverò la gioia della guerra.

Un borghese oggi mi ha detto, mi ha insultato, che io, ossia il mio cervello oziava. Mi ha fatto molto bene. Ci vorrebbe un avvertimento simile tutte le mattine al proprio risveglio: ma essi non ci posso capire e non posson capire la vita.*

Era l’Aprile del 1901, la lettera scritta a Oscar Ghiglia [di cui qui un estratto] è un traboccare continuo di energia. L’energia di un uomo povero, poverissimo. Un pittore distrutto dalla rabbia dell’incomprensione che però non ha mai riversato niente nelle sue tele. La distanza dalla miseria è tutta nei volti di queste persone lontane, lontanissime dagli esseri umani e così immensamente umane. Maschere con colli statuari. Pose senza sosta, pose perenni, pose per sempre.

Modigliani è lì che li rende immortali nella loro maschera. Soli, tutti [o la maggior parte] ritratti di persone sole. Una per volta, una maschera sola. Un volto solo. Dove sono gli altri? Perché non riusciamo a vederli? Perché guardiamo i quadri di Modigliani e non ci guardano? Perché quelle pennellate leggere disegnano colli lunghi, e maschere tribali sotto forma di persone? Dov’è il mondo. Non puoi guardare Modigliani senza chiederti: ma sono così tanto solo? Dove sono i miei occhi?

Luca Romano | @lucaromano_

* A. Modigliani, Le lettere, Abscondita, 79 pp. con appendice iconografica,  11€

Ci sono i rumori della tua pancia da qualche parte in questa stanza. I tuoi vestiti non li ricordo più. Sulla scrivania c’è la chitarra rotta. Mi stendo e guardo il soffitto in cerca di qualcosa. Le stelle di plastica fosforescenti sul soffitto non illuminano più niente. C’è della musica da qualche parte. Sembra quasi di sentire l’odore dell’erba bagnata. Le dita di Chris Garneau premono dei tasti bianchi e rossi di un pianoforte. I capelli legati. Le tue ciglia. I colori che hai conservato in una tazza di chissà che paese migliore di questo. Hai così tante offerte di lavoro che non sai quale scegliere, mi dici ridendo. E da grande vuoi lavorare come cameriera in un bar. Ti sfioro. Anzi no. Da grande vuoi fare la schiava. Mi infilo dei pantaloni da otto euro e mi dici che sembro troppo elegante.

Non mi siedo su una panchina da troppi secoli. Forse non ti devo aspettare. Forse non faccio altro che aspettare. Cosa stiamo aspettando, mi chiedi? Perché non diamo fuoco a tutto. Mi dici e poi ti sdrai un’altra volta sul letto sfondato che ha visto molti più paesi del mondo di te. Dove vogliamo andare stasera, mi chiedi? Io cambio canzone e prendo la chitarra per far finta di saper suonare. Cosa diamine stiamo aspettando mi chiedi ancora e ancora. Ancora e ancora. E non lo so cosa cazzo stiamo aspettando, ma forse non stiamo proprio aspettando, forse abbiamo già rinunciato. Forse hanno vinto loro. Forse solamente non sappiamo contro chi combattere, senza nemico non sappiamo nemmeno perdere. E sicuramente non sappiamo vincere. E non ci hanno insegnato un altro modo. Non ci hanno detto niente. Niente di niente. Per questo aspetto sempre che tu mi dica qualcosa per poterti ascoltare. Così magari una volta ti sbagli e mi dici qualcosa di bello e siamo contenti per un paio di minuti, come fossero eterni, come potessero bastarci per tutto il resto della vita.

Luca Romano | @lucaromano_

Vincent Van Gogh - la meridiana

Vincent Van Gogh – la meridiana

Quando mi sono accorto che dai tuoi occhi nevicava, non sono più riuscito a coprirmi dal freddo dei milioni di inverni che arrivano sui miei vestiti e sulle nostre conversazioni silenziose fatte senza nemmeno vederci o pensarci. Non riusciamo mai a capire perché ci viene così tanto da ridere, ma ridiamo senza pensarci, senza pensare a niente. Senza pensare ai tuoi pantaloni strappati, mi dici che te li hanno venduti così e che è colpa del consumismo, ma si vede che sono consumatissimi e che in quei punti sulle gambe hai la pelle d’oca per il freddo. Ma perché di tutte le cose ci fermiamo a guardare i colori, mi chiedo. E rimango incantato dai tuoi occhi tristi, e vorrei vederli ancora. E vorrei prenderti per mano, raccogliere sulla mia maglietta il mascara che doveva resistere all’acqua e che invece ti ha trasformata in un militare. E i colori che diventano rosso, rosso, verde, rosso, blu, rosso, verde, rosso, rosso, rosso, verde, rosso, rosso, rosso, giallo, guardami, viola, tutto rosso, arancione, rosso, rosso, verde, rosso, il cielo da tutte le parti, rosso, rosso, verde, rosso, rosso, toccami, rosso, rosso, giallo, blu, rosso, rosso blu, rosso, rosso. Arancione, rosso, rosso, rosso, blu, rosso, rosso, rosso, giallo, viola, rosso, rosso, rosso, stenditi, giallo, rosso, rosso, rosso, bianca, sei terribilmente bianca, rosso, rosso, la tua pelle, rosso, ancora rosso, è tutto rosso. Bianca.

Luca Romano | @lucaromano_

Ansel Kiefer - I sette palazzi celesti

Ansel Kiefer – I sette palazzi celesti

Tra i palazzi, come deserti, cosa ci rimane da guardare. Negli spazi. Come container, palazzi alti e distrutti. Pesano e ci schiacciano. Tienimi per mano che ce ne stiamo andando. E mi chiedi cosa sono le case. Cosa ce ne facciamo. Ti guardo e ti soffio sugli occhi, ma sono lontanissimo e tu non senti niente. Come possiamo fare per non perderci mai più, mi chiedi. Dobbiamo smetterla di ascoltare le persone che parlano del meteo, e quelle che ci dicono che è giusto così. Dobbiamo spegnere tutti i lampioni o semplicemente aspettare che finiscano questi eterni lavori in corso. E ti ritrovo mentre compri un altro paio di pantaloni, in centri commerciali, in cui l’alternativa a comprare non c’è mai stata. Piuttosto raccontami di quando hai voluto spaccare tutto e non l’hai fatto perché poi ti avrebbero fatto ricomprare ogni cosa e con la tua paga da sette euro l’ora non ce l’avresti mai fatta. O di quando ti sei messa in macchina e sei andata dall’altra parte del mondo per non ascoltare nessuno e sentire il rumore delle foglie e degli alberi abbattuti per farci legna e volantini da mettere nelle cassette postali. Come tutto lo spazio che c’è tra un palazzo e l’altro, come se tra un palazzo e l’altro non ci fosse che un nulla insopportabile, lo stesso che c’è tra le nostre stanze separate da milioni di passi. Lo stesso nulla che c’è da tutte le parti. Il nostro futuro è uguale ad un passato qualsiasi.

Luca Romano | @lucaromano_

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