Avevi tutte le mani consumate, dai piatti che hai lavato e dalle unghie che ti sei mangiata. E un giorno, forse avremo anche un lavoro da impiegati per gestire le risorse umane e porteremo i nostri figli, la sera, dalle sei in poi, a pisciare nei giardinetti, come se fossero cani. Guarderemo l’orizzonte dalle nostre case in affitto. Dalle case che non riusciremo a comprarci mai. Le case nelle quali ci rifugeremo da tutto il male che ci hanno fatto durante tutta la nostra vita. O forse qualche malattia ci porterà via prima di renderci conto di quanto poco abbiamo combattuto e di quanto dolore abbiamo sentito nel culo quando non contenti di averci infilato il loro cazzo di potenti, ci hanno infilato anche le mani e la testa per vedere se tra i nostri organi fosse stato nascosto qualcosa di prezioso, qualcosa da rubarci. Solamente perché siamo diversi da loro, mi dici. Siamo migliori, abbiamo studiato di più, abbiamo più idee, abbiamo voglia e forza, abbiamo la gioia che a loro è mancata. Per questo ci odiano, mi dici. E non sappiamo nemmeno di chi stiamo parlando, ma tanto li riconosciamo guardandoli negli occhi, perché li hanno tutti uguali, pensi. E io ti infilo una mano tra i capelli e poggio la mia testa sul tuo seno. Avevamo gli occhi troppo belli. Li avevamo bellissimi, ma ha piovuto tanto e adesso vediamo tutto appannato. Però le tue mani consumate almeno adesso sono più morbide e puoi accarezzarmi senza tagliarmi tutto. Senza farmi sanguinare, senza farmi urlare. E nemmeno questa volta urleremo. Non diremo niente, come sempre. Continueremo come abbiamo sempre fatto, baciandoci, perché tanto loro non lo sanno fare.

 

Luca Romano | @lucaromano_

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