Foto presa da Twitter

Foto presa da Twitter | Gezi Park

È che ti viene da piangere perché stiamo tutti morendo in quella piazza che non ha bisogno nemmeno di un nome, perché è la piazza dove stanno massacrando ognuno di noi, mi dici. E intanto le foto scorrono su twitter proprio per mostrarci che tanto loro sono lontani, che noi non possiamo fare niente, che i cambiamenti possono avvenire, sì, certo che possono, ma lontano, in Turchia, in Tunisia, in Africa, non in Europa sicuramente. Qui non lo riusciamo nemmeno più ad immaginare un futuro, per cosa dovremmo lottare, mi dici. E mi stringi forte il braccio, mi infili una mano tra i capelli, quasi volessi aggrapparti a me, quasi il futuro fosse infinitamente piccolo, fatto solo di minuti. Come ci siamo ridotti così, mi chiedi. Perché non facciamo niente? Perché tu continui a studiare? Guardali, li vedi? La polizia li ha menati, massacrati, messi in fila, schedati e arrestati. Guardali, li vedi? Li vedo. Vedo ogni cosa, vedo me e te che alla fine ci siamo messi in fila, ci siamo schedati e ci siamo arrestati da soli. Le gabbie in legno sono svedesi, il cibo è fatto di pesce italiano con il marchio giapponese. E i vestiti sono americani fatti in Cina. Abbiamo tutto e l’abbiamo anche voluto, o l’hanno voluto i nostri genitori per noi, ma il risultato non cambia, perché tanto i nostri genitori non ce l’hanno insegnato come fare a cambiare le cose. Come faremo ad impararlo? E non so più se sei tu o se sto parlando io o qualcuno al posto nostro. E le voci si sovrappongono e ci urlano addosso che tanto cosa importa, qui è arrivata l’estate, la vita è così difficile, è così dura. Andiamo al mare, ci penseremo poi e se qualcuno lotterà per noi, approfitteremo dei cambiamenti per renderli benefici. E mi chiedo sempre cosa cazzo ci sia di duro e difficile se state sempre a distrarvi e divertirvi e ubriacarvi. Mi togli la mano dai capelli e rincominci a piangere. Smetti di parlare e inizi a sentire il peso delle manganellate date per sgomberare le piazze. Perché è il peso di tutto quello che hai studiato per fare la cameriera. È lo stesso peso dello sguardo dei clienti quando capiscono che sei lesbica. È lo stesso sguardo di chi vuole dirti che alcune cose non le puoi fare. È lo sguardo pesante delle dittature mascherate da democrazia. Ma non sono i miei occhi. Non sono i miei occhi. Non sono i nostri occhi. Ci aggrapperemo a poche parole scritte su pezzi di carta che nessuno leggerà, in post che nessuno leggerà, in libri consigliati che nessuno capirà, in foto che ci faranno stare così male che ci metteremo ancora a piangere. Ma almeno continueremo ad avere gli occhi troppo belli.

 

Luca Romano | @lucaromano_

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