Hai lasciato cadere il tuo cappello per terra e ti sei seduta nella mia macchina graffiata dagli incidenti e dalle colonne che si sono spostate per finirci addosso. Avevi un vestito leggerissimo perché sembrava che l’estate stesse per arrivare o per andarsene per sempre. Sembravamo dispersi, allucinati, un orgasmo dimenticato. Mi hai detto d’un fiato raccogliendo tutta l’aria del mondo nei tuoi polmoni, che in futuro avremmo mangiato una volta sola al giorno e che saremmo morti di fame lentamente, ma forse avremmo evitato di mangiarci le unghie dall’ansia e di finire tutto il tabacco del mondo. E ti dico che non fumo e mi dici che lo fai tu per me. E mente i tuoi occhi scoppiano, brucerò tutti ‘sti libri di merda e mi scoperò un quadro del cazzo. Di cosa avevi bisogno? Non mi ricordo più il tuo nome, non ricordo nemmeno il mio, non ricordo più niente. E credimi che dimenticare è un bene, è meglio, è molto meglio vivere senza occhi, è molto molto meglio esplodere. Ti alzi la gonna e inizi a farla girare, giri anche tu e senza un motivo ben preciso voli via e non mi saluti nemmeno. Cosa avrei potuto fare, non lo vedi che il mio corpo è in decomposizione da quando sono nato? Non ho più tempo, mi dispiace, non l’ho mai avuto. E da lontano mi guardi e come un capello precipitano i tuoi sguardi. Povero giovane! Il tuo viso era già abbastanza alterato dalle rughe precoci e la nativa deformità*. Cosa potrei mai fare di un volto, cosa potrei sembrare se non il riflesso del tuo viso, il mio sguardo riflesso nelle lacrime che offuscano i tuoi occhi. Piangi, resta. Sfiorami il collo, trafiggimi come di chiodi e di frecce il collo con le tue dita, affonda, affoga, rubami l’aria e soffocami. Il mio corpo si deforma. Stringimi e infila le tue unghie nella mia testa, fammi sanguinare a dirotto, come fiumi in primavera. Mi ritrovo nella distanza, nell’attesa, in quel che non sono, mi ritrovo in te, nel tuo pianto commosso d’animale lontano. Tutta questa distanza da noi stessi ci salverà, ci dimenticheremo di noi, ma d’altra parte cosa c’è da ricordare se i tuoi capelli cadono sugli occhi e ti coprono le labbra e il naso. Cosa c’è da ricordare se abbiamo dimenticato tutti gli orgasmi passati e quelli futuri. Tutto il nostro corpo devastato gettato in un angolo di questa stanza chiusa da giorni e piena di bottiglie vuote e libri ancora aperti e da finire. Ho due volti, forse tre, forse cento, tu scegli il peggiore, te lo regalerò. Potrai conservarlo quando non ci sarò più, quando sarò ritornato polvere, quando sarò ritornato azione, quando sarò ritornato verbo. Quando sarò più luminoso di tutto questo buio che non riesco ad urlarti addosso. Per questo ti vengo sui seni. Piango. Ti piango sui seni. Per questo sono così piccolo, il più piccolo. Per questo. Ti vengo tra le mani, piango tra le tue mani. Per questo non riuscirai a sostenermi e scivolerò tra le tue dita. Come quello che non sono. Come tutto il buio che sono. Come tutto il buio che sono.

Luca | @lucaromano_

* Lautréamont, I canti di Maldoror, ad un certo punto del canto secondo, Rizzoli

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