Così come l’ho trovata la riporto. È una lettera scritta su un foglio di carta a quadretti, bianco. L’ho trovato per terra, stropicciato, forse non ha nemmeno molta importanza leggerla, ma sembra sia stata scritta per qualcuno che forse non l’ha mai letta, nel caso in cui sia stata persa prima, o che, dopo averla letta, l’ha buttata.

Cara M*,

a dire il vero, scriviamo sempre la stessa cosa. Prima ti domando io se sei ammalata e poi ne scrivi tu, un’altra volta voglio morire io e poi tu, una volta voglio piangere davanti a te come un ragazzino e poi tu davanti a me come una bambina. E una volta e dieci volte e mille volte e sempre voglio essere presso di te, e anche tu lo dici. Basta, basta**.

Potremmo anche tentare di separare le nostre parole, tu riprendendo le tue ed io facendo scorta delle mie per addomesticarle e dar loro ancora una forma degna, ma non mi riesce, non riesce neanche a te. Cosa possiamo dunque sperare se non che una lettera porti a te il rumore delle mie dita sulla carta, il rumore delle mie labbra che rileggono le parole che sto scrivendo. Mia cara M. ti conosco ormai da sempre, seppur mai sono stato dentro di te mi sento capace di trovare un rifugio adatto nei tuoi sguardi e nelle tue parole, persino in quelle che mi scrivi. M. lo sai che qui, su questo letto è difficile capire quando il tempo passa e quando invece il tempo si ferma, ammesso che possa fermarsi come è capitato in quelle rare volte che mi hai pensato nonostante fossi dall’altra parte del mondo. Qui oggi non ho fatto altro che leggere, ho letto moltissime pagine e l’unica interruzione è stata da parte del dottore, che come ogni giorno mi visita e mi dice che la situazione è in lieve miglioramento. Tu comunque dovresti raccontarmi cosa ti sta succedendo, quando mi ha scritto che avresti dovuto intraprendere delle cure e che tuttavia non l’hai fatto, forse per via del costo, forse perché non ritieni siano delle cure adatte, io voglio sapere cosa dice medico, che è un uomo come noi, questo è vero, ma io voglio sapere che uomo è, dovresti parlarmene.

Aspetto ancora il tuo racconto di quando sei andata al museo, dei quadri che hai visto e del perché ti sei sentita male, cosa hai sentito. Voglio sapere tutto quello che ti accade, ma non con la meticolosità dell’uomo geloso, con la curiosità dell’uomo che vorrebbe esser lì con te per guardare la tua vita, il tuo corpo meraviglioso, in ogni attimo.

Spero che tu abbia voglia di raccontarmi tutto, io leggerò ogni parola con la gioia che solo le tue lettere possono darmi, scusa ancora se non sono capace di usare altri mezzi, per ora, ma solo un foglio e una penna. Ma è l’essenziale, è il minimo, ogni altro di più non serve a noi.

Spero tu voglia allegare alla prossima lettera un’altra tua foto, sai che non posso ancora alzarmi da questo letto e che vederti per me sarebbe la cura ad ogni male che pure mi attanaglia ogni notte.

Tuo F.

Luca Romano | @lucaromano_

*Non serve riportare il nome, potrebbe essere un nome qualsiasi, ma questo inizia per M.

** Credo che il passo riportato sia una citazione perché a margine c’è appuntata una nota illeggibile.

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