Dopo esserti stesa sul divano mi hai guardato con gli occhi che ti erano rimasti dopo una giornata di sfruttamento. Avevi le labbra. E poi da quel divano arrivavano delle parole inadatte. C’era un caldo troppe volte dimenticato, quel caldo che solo due persone possono creare. Avevi la pelle rossa di sole e bianca d’inverno, ma l’avevi sullo stesso petto abbronzato e scoperto, sulle stesse ciglia, sui capelli volanti, sul vento che dalla finestra ti rinfrescava l’estate.

Io credo di aver passato la giornata nei ricordi, o forse ho vissuto una giornata di vent’anni fa nel futuro. Ma in tutto questo ho deciso che sarebbe stato meglio ascoltare qualcosa e allora ho deciso di avvicinarmi alla finestra e di ascoltare il suono di un pianoforte, delle voci. Dei discorsi sulla crema abbronzante, dei discorsi sui migliori ristoranti in cui andare. Avevi le braccia appese, come se le avessi stese ad asciugare, però su un divano di un tessuto scolorito. Cosa dobbiamo cenare in questo mondo, in questa nazione, in questa città?

Domani devi lavorare ancora, hai pensato in italiano. Ti cucinerò un uovo e c’è una mozzarella da qualche parte. I muri con le crepe. Nel bagno la finestra sbatte. Vuoi che ti legga una storia, magari una storia che ti possa far pensare ad un posto migliore in cui non ti sfruttano, in cui non cambia niente essere uomini o donne. Leggo una storia in cui c’è un tizio che si ricorda del suo passato, di quando ha imparato a leggere leggendo leopardi. Mi chiedi perché mai qualcuno dovrebbe leggere leopardi come primo testo della sua vita. E poi è bugia, dici, ma non mi dici cosa. E invece io ti dico che è così. E allora decidi che non lo vuoi più l’uovo cucinato da me. Vuoi una storia più reale e allora ti racconto di quando mi hai lanciato addosso la colpa del licenziamento del tuo vecchio lavoro, perché nella tua vita volevi fare la centralinista, per sempre. E invece ora che fai la cameriera per un’estate in un bar su una spiaggia, ti sembra di morire e hai sempre caldo. E invece rispondere al telefono è sempre stato il sogno di tutti.

Ma io non ti conoscevo nemmeno quando lavoravi come centralinista, ti dico. E tu mi rispondi che proprio per questo è colpa mia, che sarei dovuto arrivare prima, che ti avrei dovuto salvare e ti avrei dovuta tenere a casa il giorno in cui hai deciso di dire al tuo capo che era uno stronzo perché continuava ad invitarti a cena e tu continuavi a dirgli di no solo perché aveva 28 anni più di te e un figlio.
E ti dico che hai ragione, che è tutta colpa mia, e ora che ci sono non ti farò licenziare più da questo bar estivo, e lavorerai anche d’inverno con la pioggia e con il mare in tempesta ti sembrerà quasi di esser sul punto di partire, di imbarcarti e di non tornare più. Intanto ti bruciano le spalle perché hai la pelle troppo chiara. Chiudo la finestra e prendo un libro, mi siedo per terra, ai piedi del divano e inizio a leggerti Leopardi. Tu ti rompi le palle e ti addormenti. E così non hai cenato nemmeno stasera. Prima o poi riuscirai ad avere una vacanza pagata, e non la chiameremo licenziamento. Prima o poi.

Luca Romano | @lucaromano_

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