L'uomo che verrà (G. Diritti)

L'uomo che verrà (G. Diritti)

Non ho mai parlato, su questo blog, di film, questa è la prima volta. C’è qualcosa di poetico nel dialetto. C’è un attaccamento a qualcosa di antico, il dialetto è come una radice dalla quale ti separi imparando a leggere e scrivere una nuova lingua. Sono belli i dialetti, quando non sono violenti. L’uomo che verrà è un film, interamente in dialetto, con i sottotitoli in italiano, perché per un film è necessario farsi capire. È un film con un ritmo diverso, parla dell’eccidio di Marzabotto, conosciuto anche come “strage di Montesole”. Fu una rappresaglia contro la popolazione locale, a causa della resistenza, dei partigiani. Ma i partigiani lì non erano solo coloro che nei boschi difendevano il territorio, i partigiani erano le donne che cercavano di dar da mangiare ai figli, gli stessi bambini che crescevano tra i nazisti e la violenza del fascismo, il freddo e la povertà. Partigiana, tra quelle montagne, in questo film, è la stessa esistenza delle persone. Non conosco il cinema, se non da spettatore, non conosco le tecniche né come si realizza un film o distribuisce, ma mi piacciono le storie e questo film è una storia, fatta di persone vere in una lingua, in un dialetto.

Recentemente ho letto un altro libro, lu campo di girasoli, di Andrej longo. È tutto in una lingua sognata a cavallo tra l’onirico e il leccese. È un altro dialetto, porta con sé un’altra storia e altre forme di povertà. Perché i dialetti sono poveri, non esistono dialetti ricchi. Ed è un libro pieno di poesia, nonostante la storia sia semplice e il libro breve (circa 150 pagine) la poesia trabocca.

Ecco, questo libro mi ha ricordato questo film e ve ne parlo, perché il dialetto non è una rivoluzione, è una tradizione. E non penso sia giusto conservarlo o insegnarlo, non so cosa è giusto, ma so che adottarlo, ogni tanto, è una grandissima forma di resistenza.

 

Luca Romano

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