Disse: “Guardala nei miei occhi, se non riesci a vederla nel mondo, guardala in queste due fosse scavate dentro me e riempite per dar conto al mondo di quello che sento”. Disse proprio così. Poi si volse verso il raggi di sole che dalla finestra illuminava la stanza e vide che dal mio punto di vista la finestra era invisibile. Dal mio punto di vista potevo scorgere i suoi occhi, il suo volto nascosto dietro e poco altro. Dietro di lui uno specchio, sul quale però non era riflessa la mia immagine, bensì la sua. Continuò senza lasciarmi rispondere e forse non l’avrei fatto nemmeno: “se non riesci a vederla nel mondo, è perché ci metti troppo di tuo in quello che guardi”. Allora richiuse un’altra volta gli occhi, si girò per la seconda volta verso la finestra e il sole gli illuminò i pensieri, poi bevve un sorso di tisana e mi guardò aspettando una risposta. Arrivò lentamente, senza che la luce potesse illuminare anche i miei: “E se fosse il contrario? Se tu la vedi ovunque, perché sei tu che ci metti troppo di te in quello che vedi?”. I miei pensieri rimasero al buio, i suoi restarono illuminati, aveva un aspetto rassicurante. Restammo così per un po’, avevamo ragione entrambi. Mi alzai, avvicinandomi a lui e bevvi un sorso dalla sua tazza, mi girai verso la luce e mi guardai nel riflesso del vetro. Con il sole in faccia, nessuno ci sarebbe riuscito, io mi specchiai.

 

Luca Romano

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