E dopo i campi di concentramento è impossibile fare ancora poesia. E allora ti dico che chiameremo diversamente queste parole confuse, questi respiri di parole. Rincorreremo i nostri sogni naufragati tra le onde dei terremoti, sempre troppo lontani per spaventare i fiumi di banconote. Per far risplendere le stelle sulla tua pelle sudata, sui tuoi capelli chiari. Mi dici che hai paura, che ti tremano le mani. E mentre nei telegiornali gli stati sovrani si dichiarano guerra, le tue carezze affondano i miei rimorsi per le rivoluzioni mancate, i tuoi sospiri precipitano sulle mie città interiori, distruggendo la certezza di ogni pensiero. La distanza di tutte le anime colorate lascia buchi neri nei quali sprofondare. E le parole, quando le leggi tu, diventano troppo leggere, e ti dico che leggo solamente perché ogni parola che passa sotto i miei occhi mi fa sentire immensamente libero. E le ripetizioni nelle stesse frasi, le rime involontarie, la punteggiatura a pioggia, i colori che sono scappati via, le tue parole contente. Le tue gambe mi scorrono come fiumi tra le mani, avrei voluto accarezzati più di così, ma sarebbe troppo poetico e la nostra poesia muore sempre, ogni giorno davanti ai campi di concentramento di Lampedusa, davanti alle risate contente di chi ha ancora tutto da perdere. I tuoi capelli volanti, le tue gioie latenti, le tue incertezze nel niente e le carezze contente. E mi fai sempre la stessa domanda, dimenticandoti che siamo diventati schiavi dei nostri lavori irregolari, dei nostri salari parziali, mi ripeti sempre la stessa domanda. Come ci siamo finiti quaggiù io e te? Non lo so, ma aspetteremo abbracciati la resurrezione della poesia.

Luca Romano

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