Guardandoti chiesi ai tuoi occhi di non lasciarmi mai più solo. Mai più lontano dalle tue lacrime. Che se potessi riuscire a farti piangere, non esiterei un secondo nel farlo. Nel farti sentire la vita colare giù sulle guance, lontano da chi rincorre la felicità perché così gli è stato insegnato, e non ha mai nemmeno capito cos’è la lentezza. La lentezza del guardare le tue gambe scivolare sulle lenzuola. La lentezza nel guardare i tuoi capelli volare, i tuoi sorrisi affondare tra i miei organi, facendoli tremare come se fosse inverno, come se non potessimo più farne a meno.
Perché qui niente è fatto di memoria. E mentre esplodono le chiese, perché di queste religioni non ne abbiamo più bisogno, di queste chiese non sappiamo più che farcene, se c’è un dio, per chi ci crede è nelle sue preghiere, non tra quelle quattro mura. Se c’è un dio, per chi ci crede, è anche nelle bombe di chi si fa saltare in aria, come in tutti gli altri uomini.
E si fa saltare in aria, tra i campi di concentramenti per animali, nei quali viene prodotto il nostro cibo, tra i licenziamenti nelle fabbriche di automobili, tra i nostri lavori irregolari, molto più simili allo sfruttamento che a mezzi di sostentamento. Tra tutte le cose che vogliamo fare e dobbiamo conservare in cassetti troppo piccoli per tutta questa roba. E non lasciarmi più solo, fallo per le parole che ogni volta mi invento e che non useremo mai perché non mi capisci altrimenti, per i sogni che la corrente si è portata via, per i miei regali inconsistenti e invisibili, per i cassonetti dell’immondizia che sono più dei cittadini regolari, per i cittadini irregolari, per i pranzi dei poveri dove ci sono più ricchi che mangiano. E forse però è meglio che mi lasci solo, perché se tu non piangi per tutto questo, forse…forse è meglio che mi lasci solo, è meglio che mi lasci guardare i tramonti soffocati dai fumi bianchi delle fabbriche, i tramonti soffocati dalla puzza dei pesticidi sui campi, sui cibi che mangeremo. E non morire è quasi come abbracciarti. E morire è quasi come non parlarti mai più. È quasi come smettere di scrivere perché altrimenti non smetterei più. È quasi come se facessi altro che guardarti, nuda, in questa foto e vedere i tuoi capelli scendere sulle spalle, quasi come se in questa foto non ci fosse tutta la bellezza dei mondi che non conosciamo, dei mondi che forse non esistono, ma che un giorno inventeremo. E vorrei guardarti ancora, in altre milioni di foto, in altre milioni di posizioni, quasi per scoprire piccole verità nascoste tra le tonalità della tua pelle, quasi arrivassi a capire la tua essenza. Quasi ci fosse un’essenza da capire, oltre la bellezza.

Luca Romano

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