Ne è passato di tempo dall’ultima volta che venni qui. Oggi è una triste giornata di sole. Triste perché sarebbe potuto essere anche tutto buio e sarebbe stato uguale.
Io abito a pochi isolati dal cimitero di questa città invisibile al mondo. Una periferia di una periferia. Al contrario di quanto sembra, però, non mi dispiace vivere qui e quando posso, non mi dispiace nemmeno venire al cimitero e girare tra le lapidi.
Tuttavia è passato molto tempo dall’ultima volta e come dicevo prima, oggi sotto un sole giallo incastonato in un azzurro perso, sono venuto qui. Il prato è curato come sempre da Franco, il giardiniere del comune in cui vivo. In un posto così, che segna la fine, che porta con sé tutti i ricordi delle persone e li affoga nel terreno fresco, vedere tutto questo prato, tutti questi alberi, sempre identici a se stessi, spacca il pensiero in due metà difficilmente conciliabili.
Passeggio, con il giornale sottobraccio e un cappello in testa. Sembra sempre non ci sia niente da fare in un cimitero, se non hai parenti a cui rivolgere le tue preghiere. Se devo essere onesto, io non credo nemmeno in qualsiasi cosa ci sia dopo la morte, ma questo non importa. Non importa perché se credere aiuta altre persone a stare meglio in questa vita, non vedo quale sia il problema. Tuttavia io non vengo qui per credere, per pregare o per far si che qualcuno dall’al di là mi benedica o protegga in qualche modo.
Sono qui perché mi piace il contrasto essenziale che c’è tra ciò che è stato e ciò che sarà. Tra le persone che hanno creato il mondo di oggi e quelle che oggi lo vivono per crearne uno, migliore o peggiore, domani.
Ci sono delle panchine, in zone con meno lapidi e più verde, sembra quasi somigliare ad un parco cittadino in alcuni punti. Mi piace sedermi sull’ala destra del cimitero, su una panchina adombrata da un grande ulivo. Gli alberi vivono molto più di noi, e purificano l’aria di questo mondo. Gli alberi non possono compiere il male eppure non si può dire che non agiscano.
A volte come un albero osservo il migliore dei mondi che siamo riusciti a produrre, e mi piace ascoltare i rumori degli uomini e i suoni della natura mischiarsi. Io lo so. L’ho sempre saputo. Non ho mai fatto niente che possa aver migliorato veramente le sorti di questo pianeta. Non ho mai fatto e non farò mai niente che duri più della mia vita stessa, ma guardando queste persone qui, mi chiedo quante di loro, hanno mai pensato al futuro, a quello che avrebbero lasciato. Quante di loro durante la loro, breve o lunghissima vita, hanno pensato che ogni loro azione sarebbe stata la base del mondo che sarebbe stato.
Vengo qui perché qui mi viene più facile pensare al peso di ogni mio gesto, alla forza che ogni mia azione libera nel mondo in cui vivo. E chissà quante generazioni future ci vorranno affinché ognuno abbia in sé questo pensiero. Continueremo a riprodurci pensando di essere gli ultimi, chissà. Ma tanto tutto questo non si ferma. Prosegue. Generazione su generazione.

Luca Romano

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