Il tavolo dell’ingresso era bianco. Un bianco pieno di striature. Sembrava volesse essere legno, ma era chissà cosa. Sopra c’erano oggetti poggiati a caso. Il disordine della stanza non lasciava spazio a nessun altro pensiero. La luce entrava dalla finestra aperta. Sul divano c’era lei. Il sole della mattina, in questa casa con i mobili bianchi, sembrava volesse rallentare il tempo, farlo scorrere tranquillamente, senza alcuna fretta.

Non c’era molto da fare. La cucina era funzionante, ma il gas non era allacciato e quindi non si sarebbe potuto cucinare niente. A guardare dai rifiuti nel cestino di latta, negli ultimi giorni, in quella casa, si era mangiato solo tonno in scatola e pane.

C’era anche un vaso rotto per terra. Forse era caduto a causa di qualche movimento distratto o forse era stato lanciato per aria. La libreria era vuota, i libri erano ancora negli scatoloni del trasloco.

Tutto sembrava fermo. Tutto sembrava immobile.

Lei era ancora sul divano.

Camminai silenzioso sino alla finestra per guardare fuori, per non pensare al disordine tranquillo di quella stanza.

Il balconcino era stretto. Forse due metri per tre. Forse qualcosa in più. C’era una sedia di plastica, anch’essa bianca. C’era un vaso rotto a metà, con dell’acqua dentro e delle sigarette spente dentro.

“da quando fumi?” chiesi da fuori alzando la voce.

Non ci fu alcuna risposta.

Dietro di me c’era una pacchetto di sigarette con dentro anche l’accendino. Era in un fodero di tessuto aperto. Decisi di fumarne una, non fumavo, ma in quel momento mi sembrò la cosa migliore da fare. Forse perché anche la mia testa è abituata a pensare come nei film che vedo la sera in televisione, forse perché non avevo alcuna intenzione di continuare a non fare niente.

Ascoltai in silenzio il bruciare della carta, del tabacco e di tutto il catrame che i miei polmoni avrebbero custodito per sempre.

Tornai dentro e lei era ancora ferma, nella stessa posizione, su quel maledettissimo divano.

La guardai intensamente. Ma avrà fatto a rimanere immobile tutto questo tempo, mi chiesi.

“guarda che tra poco devo andare a lavoro, mi vuoi dire almeno un ciao”.

Ovviamente non ci fu alcuna risposta.

“Non puoi ridurti così, per una cosa che nemmeno esiste”.

Questa affermazione provocò, finalmente, una reazione. Lei mi guardò nervosa e disse, quasi richiudendolo tra le labbra, un fottiti silenzioso.

“Beh, qual è la tua soluzione? Rimanere su quel divano? Ora hai una casa, hai, o forse avevi, un lavoro. Cosa intendi fare? Mollare tutto perché lui è andato via?”.

Non rispose sì, perché lo ritenne scontato. La guardai con gli occhi sbarrati. Me ne sarei dovuto andare da almeno dieci minuti.

“sono venuto qui per consolarti” continuai “ma non c’è un motivo per il quale tu non debba essere triste o stare male per quello che ti è capitato. Non ti convincerò che è meglio essere felice, perché non lo penso. Però una cosa voglio dirtela: goditi questo dolore.”.

Lei mi guardò quasi schifata e disse: “non mi convincerai che si può essere anche felicemente tristi. Se io sto così male, è solo perché voglio essere felice e non riesco, il mio stare male è solo una dimostrazione del fatto che io non voglia stare male”.

Aprii la porta e la salutai dicendo: “bene allora, se il tuo male è solo voglia di stare bene, non c’è niente che ti impedisce di migliorare. Come vedi sei tu stessa che lo vuoi”.

Chiusi la porta e andai a lavorare. Lei si fece un paio di tiri ad una sigaretta che spense per terra e si rimise a dormire.

Luca Romano

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