Penso che ‘Il cappotto’ di Gogol’ sia la più bella storia d’amore mai stata scritta. Quel racconto custodisce delle parole che non sono state scritte. La cura. Intesa come tutto quell’insieme di gesti che si compiono con la volontà di non abbandonare una cosa o progetto, tutte quelle azioni che si fanno per guardare, in questo caso un’idea nascere crescere e morire. L’idea di comprarsi un cappotto, nasce, subisce la necessità del tempo per accumulare i soldi, con constanza e dedizione e alla fine muore nel momento in cui il cappotto viene alla luce.

La gioia. Nel momento in cui il cappotto esiste la vita del protagonista cambia, la sua anima si trasforma e i rapporti interpersonali cambiano, è travolto dalla gioia che ogni esistenza racchiude. Una gioia necessaria affinché la stessa vita proceda.

L’amore. Quando il cappotto viene rubato l’anima del protagonista (ormai morto) gira per la città in cerca del suo cappotto. Cerca il cappotto quasi rappresentasse la sua anima gemella, quasi fosse l’amore della sua vita.

Il cappotto, forse, potrebbe essere una storia d’amore. un amore nato splendidamente, curato, fatto crescere, goduto sino alla gioia di volerlo mostrare a tutti e morto prematuramente (il furto è sempre un atto inaspettato). La morte prematura causa un trauma così forte che l’anima del protagonista ha bisogno di uscire per andarsi ad adagiare all’interno del suo cappotto, dell’anima amata che custodirà l’anima amante. Il cappotto di Gogol’ è la più bella storia d’amore che io abbia mai letto, e volevo dirlo a tutti.

 

Luca Romano

Le tue tempeste di vento private.  Mi dicevi che ci sarebbe stato sempre molto da fare. E ti guardo aggiustare le lancette dell’orologio che si è rotto e allora ogni tanto aggiorni l’orario a mano. Come se dovessimo andarci a mettere in fila per comprare le nostre idee a saldo, nei primi giorni di questo gennaio freddo e disperso. Mi dici che sarebbe stato bello se fossi venuto a casa tua, ma non mi sono fatto la doccia e sono troppo sporco per entrare. E allora mi tolgo le scarpe e mi metto a dormire sul letto vestito, come quando volevamo fare nottata insieme e siamo finiti su un divano e abbiamo dormito anche tutto il giorno. Come se fosse successo e sarebbe stato bello da raccontare, ma non è ancora successo e ogni racconto non è che un sogno. Comele auto di lusso parcheggiate male sui marciapiedi, e a cortina io e te non ci siamo mai andati e non credo che ci andremo mai. I governi cambiano al ritmo delle tue mestruazioni, ogni tanto troppo presto e ogni tanto troppo tardi che ci sembra di morire. Ti riconoscerei tra milioni di persone. E continueremo a sognare che tutto intorno a noi sia un po’ più eterno di com’è, o almeno che duri un po’ di più dei nostri posti di lavoro e che valga un po’ di più dei nostri stipendi. Ti dico che mi sono stancato di vedere le persone che guardano i programmi stupidi in televisione e che fanno finta di essere di sinistra e in realtà sono dei fascisti, ti dico che non le voglio più vedere. e tu non sei d’accordo. Tu non sei mai d’accordo. E ho deciso che mi farò trasportare dal vento, almeno lui sa dove andare, io sicuramente no.

 

Luca Romano

L'uomo che verrà (G. Diritti)

L'uomo che verrà (G. Diritti)

Non ho mai parlato, su questo blog, di film, questa è la prima volta. C’è qualcosa di poetico nel dialetto. C’è un attaccamento a qualcosa di antico, il dialetto è come una radice dalla quale ti separi imparando a leggere e scrivere una nuova lingua. Sono belli i dialetti, quando non sono violenti. L’uomo che verrà è un film, interamente in dialetto, con i sottotitoli in italiano, perché per un film è necessario farsi capire. È un film con un ritmo diverso, parla dell’eccidio di Marzabotto, conosciuto anche come “strage di Montesole”. Fu una rappresaglia contro la popolazione locale, a causa della resistenza, dei partigiani. Ma i partigiani lì non erano solo coloro che nei boschi difendevano il territorio, i partigiani erano le donne che cercavano di dar da mangiare ai figli, gli stessi bambini che crescevano tra i nazisti e la violenza del fascismo, il freddo e la povertà. Partigiana, tra quelle montagne, in questo film, è la stessa esistenza delle persone. Non conosco il cinema, se non da spettatore, non conosco le tecniche né come si realizza un film o distribuisce, ma mi piacciono le storie e questo film è una storia, fatta di persone vere in una lingua, in un dialetto.

Recentemente ho letto un altro libro, lu campo di girasoli, di Andrej longo. È tutto in una lingua sognata a cavallo tra l’onirico e il leccese. È un altro dialetto, porta con sé un’altra storia e altre forme di povertà. Perché i dialetti sono poveri, non esistono dialetti ricchi. Ed è un libro pieno di poesia, nonostante la storia sia semplice e il libro breve (circa 150 pagine) la poesia trabocca.

Ecco, questo libro mi ha ricordato questo film e ve ne parlo, perché il dialetto non è una rivoluzione, è una tradizione. E non penso sia giusto conservarlo o insegnarlo, non so cosa è giusto, ma so che adottarlo, ogni tanto, è una grandissima forma di resistenza.

 

Luca Romano

Guardami, non ho niente, solo la fiducia che ripongo in te. Mi accarezzi le gambe mentre guardi altrove. E avevi una mano nella mia, ma quando ho chiuso le dita sul palmo non ho trovato niente, quasi mi fosse rimasto un pugno, per lottare contro qualcosa. Ma io non credo nella lotta, non credo nemmeno in chi ha torto e chi ha ragione. Mi abbandoni tenendomi per mano. Finirò come i cani che, nelle legende metropolitane, aspettano i loro padroni morti per sempre. E non ci resta che prendere un altro farmaco un po’ più forte di questo, per calmarci un po’ di più. La tua assenza. La mia non so cosa, e vorrei tanto svenirti addosso e invece mi ritrovo per terra, così quando mi sveglio posso chiedermi ancora una volta che ci faccio qui.

I tuoi sorrisi, mi assicuri che siamo belli, ti guardo negli occhi e non ci vedo niente. E le persone che riescono a trovare storie d’amore ovunque. Lo chiameremo con un altro nome, così che nessuno possa trovarlo, così che anche tu ti sei dimenticata dove l’hai messo e come l’hai chiamato, mi dici.

Come se avessimo altri percorsi incomprensibili da interpretare, per chiederci dove stiamo andando, nel centro di Roma in piena notte. Guarda quello dovrebbe essere un monumeto ai caduti senza motivo. Ai mortini guerra per errore. E non portarmi mai più in quei posti pieni di comunisti con lo smalto che chiacchierano spensierati salutandosi l’uno con l’altro, ti dico. Mi rispondi che mi sento superiore. Sorrido, come se fosse vero, come se non fossero circondate da una smisurata solitudine le anime belle e salve che cantava de andrè. Perché gli uomini soli non hanno mai fatto paura a nessuno. Non a me, la gente in compagnia invece, quella si che fa una paura tremenda. e ci nascondiamo perché ci sentiamo ancora un po’ più belli, ma invece siamo bruttissimi, pieni di imperfezioni e storie non raccontate.

Proprio mentre mi ricordo dei tuoi capelli spettinati, dei tuoi occhi sconvolti, dei tuoi bracciali sporchi di me, dei tuoi silenzi, proprio quando mi servono.

E poi torno a cercarti, per dirti che basta stare nascosti, ma tu sei giù uscita e ti sei messa a fare due chiacchiere, così per passare il tempo.

Per passare il tempo attraversiamo i deserti di questo paese a forma di stivale, pieni di pecore e vacche, che rendono i viaggi dei bambini un po’ più allegri di quanto non lo siano già. Per rendere noi un po’ più allegri e farci scoppiare delle centrali nucleari addosso sulle mani e tra i capelli. Per ricordarci di quanto siamo miserabili. Di quanto siamo tristi quando non riusciamo ad essere felici tra noi. e non ci riusciamo quasi mai.

E siamo bruttissimi, tutti vestiti bene che facciamo finta di credere in un ideale, che poi nessuno ci chiede cos’è perché tanto partiamo dal presupposto che siamo tutti di sinistra. E siamo veramente bruttissimi con gli smalti colorati e i vestiti degli anni settanta e ottanta che parliamo di cose divertenti, nei locali giusti, prendendo una birra buona o un calice di vino, per parlare ancora un po’ di quanto sia brutta la televisione e di come sia bello david foster wallace o Dino Campana. Qualcuno ha letto anche Gramsci o Pasolini, o ne ha sentito parlare, che poi è uguale. E mettiamo un’altra citazione su facebook di de andrè, perché, infondo, siamo tutti abbastanza incompresi. E ti lavi i capelli perché sono sporchi, perché sono due giorni che non te li lavi. E mentre tutti aspettano la bellezza di un vestito pulito possiamo ancora dirci qualcosa di divertente. Qualcosa di abbastanza leggero, quanto basta per non pensarci.

 

Luca Romano

Mi chiedi se ce la farò, se sono pronto. Non guardiamo più lontano come una volta; non guardiamo proprio più. Siamo dei pensatori dislessici. I milione di dipende che piovono su di te dalla mia bocca. Ma cosa ci aspettavamo, che sarebbe andata meglio di così? Tutti i tuoi buoni motivi, tutti i miei buoni motivi. Avevamo ancora troppe cose da fare e mi sono dimenticato di portare il cane. E degli immigrati naufraghi non ne parla più nessuno. Siamo sempre stati tutti in crisi. E non c’è niente da ridere. Prendi le tue cose e prima di andartene aiutami a piegare le lenzuola, ma dopo non farti mai più rivedere; almeno sino a stasera. Tu e i tuoi sogni rossi che non vanno più di moda. Spariremo, anche se non ne abbiamo voglia.

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